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Abbiamo visto, nell’articolo precedente, che
Solofra fu appena sfiorata dal brigantaggio postunitario, di cui abbiamo
citato degli episodi. Esso però fu solo un momento del più grande fenomeno
del brigantaggio meridionale, che ha percorso gran parte della storia del
Sud. Un altro suo momento fu quello che si sviluppò
all’interno e dopo la Rivoluzione napoletana del 1799. Bisogna precisare che
in questo periodo il termine “brigante” acquistò un significato dispregiativo
per indicare tutti coloro che in tutte le province italiane si opposero con
le armi all’esercito rivoluzionario francese. Prima di questo periodo
“brigante” (da “brigare” mettersi nella lotta, combattere) era colui che
agiva in piccole compagnie di ventura, chi combatteva a piedi, ma questo lo
diremo la prossima volta quando parleremo del brigantaggio del XVII secolo. Durante gli eventi del ’99 le bande espressero
la reazione popolare contro la nuova mentalità rivoluzionaria che imponeva
un’economia senza protezioni ad arbitrio del più forte, rompeva gli antichi
legami tra i ceti e introduceva una cultura estranea e contraria alle
tradizioni civili e religiose del paese. In tutto il secolo si parlò dei
tempi nuovi, ma di questi le popolazioni sperimentavano tutte le inefficienze
e le carenze applicative di amministratori esosi e rapaci e di una fiscalità
dura e inumana, perciò la reazione popolare, di cui le bande furono
espressione, non fu cieca ed amorfa, anche se non fu immune da forme
degenerative come tutte le espressioni violente in una situazione di
sconquasso e confusione sociale e di rottura dei precedenti equilibri. A Solofra, dunque, dopo gli sconvolgimenti di
questa rivoluzione, si formò la Banda Caraviello, capeggiata da due fratelli.
Appartenevano ad un’antica famiglia solofrana insediata ai Balsami, dove
lavoravano nelle botteghe del posto e conducevano alcune selve. Carmine e
Nicola erano rispettivamente Capitano e Tenente della Truppa di Massa
cristiana, cioè coloro che avevano combattuto contro la nuova mentalità
rivoluzionaria in difesa del trono e della religione ed avevano favorito il
ritorno del re. Finita la rivoluzione i due fratelli formarono una comitiva
di un centinaio di soldati e galeotti
- solofrani, montoresi e di altri paesi della zona - che non consegnarono le armi, anzi se ne
appropriarono di altre, e cominciarono a spadroneggiare nelle campagne
commettendo “furti e rapine, saccheggiando case e chiese”. Delle
azioni della Banda Caraviello si lamentarono i governatori della zona: quello
di Forino, che denunziò in particolare il saccheggio ripetuto della casa di
don Nicola de Mansis, quello di Montoro, dove spesso si rifugiavano i
malviventi, e quelli di Avellino e di Salerno nei cui dintorni si
verificavano le maggiori predazioni. Il
“Visitatore” Ludovici, che dopo la Rivoluzione ebbe il compito di restaurare
l’ordine pubblico nella nostra provincia, dette incarico alla Comitiva di
Filippo Venuti, “uomo di conosciuta prudenza e condotta”, di dare la caccia
alla banda per “assicurare la tranquillità delle popolazioni”. Costui venne a
Solofra - siamo nel novembre del 1799
e la rivoluzione era finita da pochi mesi
- pose assedio alla casa dei Caraviello, in località Campi dei
Balsami, dove si trovavano rinchiusi i due fratelli, che però riuscirono a
fuggire attraverso i tetti, mentre venivano messe in prigione la madre Angela
Angelino e la sorella Maddalena che avevano difeso i congiunti. Durante
l’assedio morì un soldato del Venuti, Luigi Ebreo di Nusco, fratello di Francesco,
Tenente dei Cacciatori provinciali. Ci fu però anche il saccheggio della casa
dei Caraviello da parte degli armati, che “portarono via quanto vi stava
d’armi, biancheria, vestimenti, oro, argento lavorato d’orefici ed ogni altro
che li riuscì pigliare” e ci fu il suo incendio, mostrando come anche i
“pacificatori”, così erano chiamati coloro che dovevano bonificare le terre
dalle “scorie della rivoluzione”, non furono immuni da soprusi e predazioni.
Seguì uno scontro armato nella piazza di Solofra e l’occupazione della nostra
cittadina da parte di 15 armati del Ludovici, che gravarono sulle finanze
locali. La
banda non era stata debellata, anzi i Caraviello, nascosti sui monti tra
Solofra e Montoro con i loro compagni, continuarono a mettere in atto in
tutta la zona minacce ed estorsioni prendendo di mira anche il sindaco di
Solofra Gennaro Pandolfelli, a cui furono chieste, dalle donne della banda,
1000 ducati, secondo alcuni per “estorsione”, secondo altri per “sostenere la
comitiva con le Regie percezioni”. La
caccia ai banditi continuò con un’ampia spiegazione di forze, con un’azione
sostenuta dai Presidi dei due Principati
- Citra ed Ultra (come allora si chiamavano le province di Salerno e
di Avellino) - e con un preciso mandato di arresto nei confronti
dei Caraviello a firma del Preside del Principato Citra De Filippis. Ormai la
banda aveva i giorni contati, infatti Carmine Caraviello fu arrestato a
Mugnano e poco dopo anche il fratello Nicola, mentre altri membri furono
raggiunti tra S. Severino e Montoro. Lo scioglimento dell’intera comitiva fu
quasi immediato. Come avveniva in questi casi fu subito aperto il
processo contro i banditi e la sede fu Salerno, ma non potette neanche
iniziare perché coloro che dovevano testimoniare si fecero indietro. Anche in
questo caso i briganti potettero poggiare sull’appoggio della gente, ma anche
sulla confusione che regnava intorno a queste bande e sul sostegno che esse
avevano dalla corona. Inoltre il De Filippis era stato trasferito e al suo
posto nominato Antonio Winspeare. Costui si pose il quesito se il
dibattimento poteva aver luogo e gli stessi arresti essere leciti, visto che
i delitti erano stati commessi prima dei dispacci reali che furono una specie
di sanatoria, una “sovrana indulgenza”, come si disse, verso coloro che
avevano aiutato il re nella riconquista del regno. Il De Filippis aveva però preparato un’ampia
relazione sui reati commessi dalla banda. Dal suo rapporto del 2 ottobre 1800
si apprende che i Caravello erano responsabili “di tumulto ed armamento di
massa di 120 persone prese, insieme al montorese Saverio Erra, tra Solofra,
Montoro e terre vicine”, che si erano macchiati “di vari delitti, omicidi,
tentativi di estorsione”. Altri documenti, raccolti tra gli archivi, fanno i
nomi di persone direttamente coinvolte, di fiancheggiatori e di oppositori,
di colpevoli e di vittime, ma parlano anche di ritorsioni e ripicche, di
private vendette e rivalse, facendo emergere una situazione di totale caos.
Ci vorrà ancora del tempo per giungere nel nostro Meridione ad una completa e
corretta applicazione delle regole dello Stato moderno. |
Da “Il Campanile”, notiziario di Solofra (2006)
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Altri episodi del brigantaggio solofrano
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