Giorni perduti

 

Da piazza Felice De Stefano fino alla Chiesa di San Domenico, lungo l’ombroso viale degli annosi tigli, che guardavano dall’alto campi coltivati e prati verdeggianti si svolgeva la passeggiata di noi studenti nelle mattinate calde dell’estate dei tempi che furono beati, quando si desiderava soltanto vivere ridendo.

Non c’era droga ai miei tempi, non c’era l’esperienza del sesso, non c’era lotta politica.

C’era pur sempre la droga, ma solo un’unica sigaretta di innocente tabacco, che passava speditamente da una bocca all’altra. Si parlava di sesso, ma in sordina: erano confidenze di amici o erano prese in giro alle spalle di Tizio o di Caio, che vantava qualche avventuretta passeggera.

Tempi innocenti, allorché la politica era quella imposta dal Fascio Littorio. Mussolini ci manteneva all’oscuro degli altri movimenti sociali e dei fermenti che facevano vive le nazioni democratiche.

Si viveva nella provincia addormentata, ma non c’erano le B. R., i N.A.P., i N.A.R., non c’era la Camorra e la Mafia, o per lo meno era proibito parlarne.

E durante quelle mattinate gloriose di sole e di giovinezza, discorrendo e passeggiando, si incontrava a volte qualche tipo ameno, che raccontava episodi di vita di conoscenti comuni, che per la loro fantasia estrosa erano degni di essere immortalati al pari di Calandrino e Buffalmacco.

Spesso era Chiancone, che, claudicante pede, faceva sfoggio di sapere tutto su un certo personaggio. Chiancone, che razziava in sacrestia i soldi della questua dello zio prete ed era, pertanto, il più ricco tra noi. Stava Chiancone in contatto colla persona di cui vorrei rammentare alcune gesta.

Abitavano essi a contatto di gomiti ed avevano amicizia

Chiancone dunque conosceva si’ Nicola e qui occorre fare una nuova digressione. A Solofra le persone più qualificate e le più danarose avevano un titolo “nobiliare” e, veniva osservata una certa graduatoria.

Prima c’erano il Conte, vari Baroni e poi don Ciccio, don Gennaro, don Michele, don Oscar, don Pasquale e infine venivano i si’ Vito, si’ Ciccio, si’ Nicola……

Appartenevano a famiglie cadette questi ultimi.

Chiaro, no?

Ordunque il nostro si’ Nicola, persona a modo ed educata, amava spararle grosse, parlava un italiano perfetto, e, narrando, il suo viso non faceva una grinza, il suo sguardo era il più serio che possa immaginarsi.

Diceva dunque il vero?

Ascoltate.

“Caro Michele, oggi mi è capitato un fatto straordinario, ma che dico? È poco dire straordinario. É stato un portento, un vero miracolo. Devi dunque sapere che di prima mattina me ne sono andato bel bello in montagna in cerca di funghi. E tu sai che io sono un gran cercatore. Una volta ne raccolsi la bellezza di 15 chili. Tutti belli, con la testa nera e il gambo perfetto. Una meraviglia. Ma questo fu il mese scorso. Li ho messi tutti sotto sale, per consumarli nell’inverno. Ma questa mattina, dopo un lungo girovagare fra balze e dirupi, fra sterpi e pietraie, era passata già un’ora e non avevo trovato niente, nemmeno un “sassone”. Tu mi capisci, grande era il mio sconforto . Per un provetto cercatore come me, ciò era uno smacco, era una vergogna. Ormai sfiduciato, mi sono messo a sedere all’ombra di quel maestoso castagno nella selva della “Parata”. Dopo essermi riposato alquanto, mi è venuto a fare “un atto grosso”. Allora mi sono messo di nascosto.
Faceva abbastanza caldo, le mosche e gli insetti ronzavano attorno: era presente solo la loro voce. Che pace la campagna! Per godere ancora più il fresco, mi sono tolto il cappello e l’ho poggiato a terra a due passi. Stavo intento a svuotare i miei intestini, quando ad un tratto vedo….. Vedo il mio cappello che leggermente si muoveva. Si dondolava come se qualche animale, incappato sotto di esso per disavventura, facesse tutti gli sforzi possibili per uscirne.

Che sarà? Un topo?. Un serpente?.

Un po’ ho avuto paura!

Ma ho preso il coraggio a due mani, mi sono alzato, mi sono composto e poi….. Slap! Ho afferrato il cappello.

Oh, meraviglia, oh portento, oh miracolo! Indovina ciò che ho trovato sotto il cappello. Tu non credi. Mentre ero intento ai miei bisogni, sotto il cappello era nato bello bello, maestoso…..  era nato un fungo.

“Si’ Nicò, non dire fesserie!”.

“Michè, tu non ci credi, lo so, ma è la pura verità”.

Un’altra mattina Chiancone se ne venne col miracolo del fico.

Il grande Alessandro nel suo capolavoro ci narra del “Miracolo delle noci”; orbene Si’ Nicola era solito raccontare la strabiliante abbondanza di frutti del suo giardino. In verità possedeva un piccolo, ma ubertoso giardino avanti la sua abitazione, che confinava con la strada provinciale, all’epoca via obbligatoria per chi voleva recarsi a Serino.

“Udite, udite!. Si’ Nicola questa mattina mi ha invitato per un caffè a casa sua. Io non ho aspettato che ripetesse l’invito e sono salito da lui. Mentre si aspettava che il caffè fosse pronto, mi ha condotto nel giardino e mi ha decantato la feracità del terreno, il sapore di ogni suo prodotto e infine si è fermato pensieroso avanti all’unica pianta di fico e me l’ha indicata col dito, dicendo: “Questo è il più grande, il più fruttifero albero che esiste al mondo”: Io ho atteggiato il viso a meraviglia e sono rimasto muto in attesa che continuasse.

Il Nostro, tentennando il capo avanti e indietro, ha infatti ripreso il suo dire. “Ma lo sai che questo fico può vantare un primato, che mai più potrà essere eguagliato? Era la primavera del ’43 e già produceva i fioroni. C’erano a Solofra i bersaglieri che vennero gentilmente e colsero. Poi il fico produsse abbondantemente i suoi frutti. La mia famiglia ogni mattina ne faceva una scorpacciata. Nell’autunno di quel triste anno passarono gli Inglesi, che ne colsero in abbondanza e vennero i Canadesi e colsero e vennero ……”

“Si’ Nicò, tu racconti sempre fesserie! Ma che fantasia tieni!”.

“Sei uno sciocco, e se te lo dico io, è segno che è la sacrosanta verità. Questo fico sarà menzionato nei trattati di botanica, tienilo bene a mente”.

Un giorno infine Chiancone non poteva trattenersi dalle risa. Il nostro si’ Nicola aveva voluto provare l’amore dei suoi familiari verso la sua persona. All’ora di alzarsi era rimasto immobile nel suo letto e non dava segno di vita. Il fisico glielo permetteva, perché era di colorito pallido, il viso aveva emaciato, scarno, tutto il corpo lungo, sottile e poca polpa. Insomma poteva permettersi di fare il morto.

Quando i suoi familiari, nel chiamarlo, videro che non si muoveva credettero alla sua dipartita. Stavano già per piangere, come si suol fare, a voce alta, quando la madre disse alle figlie: “Non gridate, non piangete. Grideremo e piangeremo dopo di aver rassettato un poco, perché verranno i vicini ed è sconveniente far trovare tutto in disordine”.

La buona donna si mise al lavoro. Nel sentire ciò il caro si’ Nicola, come un fantasma, balza dal letto e riempie di epiteti sconci moglie e figlie, che, esterrefatte, non sanno come calmarlo e non sanno se inveire, rendendo pan per focaccia, o piangere per la gioia di aver ritrovato ciò che per un momento avevano creduto di aver perso.

É da tanto tempo che si’ Nicola è nel tempo dei più, è da tanto tempo che Chiaconcone vive oltre oceano ed è tanto tempo che gli amici delle passeggiate estive non si ritrovano più.

 

 

 

 

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