UN SOCIALISTA ALL’INIZIO DEL SECOLO

ANGELO ANTONIO FAMIGLIETTI

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I miei ricordi di Angelo Antonio Famiglietti e la presenza socialista nell’area solofrano-santagatina

Introduzione di Mimma De Maio

a

I miei ricordi

di A. A. Famiglietti

 

"Spesso le autobiografie", ha detto Gramsci, "sono un atto di orgoglio" che potrebbe essere quello di chi è animato da un vivissimo sentimento degli eventi della propria vita; ma che sia vero ciò o che le autobiografie siano semplicemente il racconto di episodi che hanno costellato un'esistenza in entrambi i casi si può individuare una situazione di fondo che è l'indistinto bisogno, che prova l'uomo che ha vissuto, dì guardare agli anni passati nella essenziale ricerca di un significato. D'altronde può anche avvenire, come avverte Croce, di colorire quel racconto "alla luce del [ ... ] sentire presente favorevolmente o sfavorevolmente disposti". La "memoria" in ogni modo è una finestra che si apre su qualcosa che più o meno ci ha coinvolti e che poi è stato assorbito nella nostra complessione personale, sicché nel momento in cui gli eventi vengono evocati, pur se privi dei condizionamenti dell'esperienza effettuale o forse proprio per quello, acquistano una carica ideale tale da provocare complessi stati d'animo. Ecco allora la "nostalgia" di cui parla l'autore di questi Ricordi, ben lungi dalla banale ricerca di un rifugio contro l'insoddisfazione del presente e quel "rimuginare" il passato col conseguente rimedio freudiano di quetarsi nel racconto.

Ma c'è di più. Antonio Famiglietti è un appassionato raccoglitore di "fatti accaduti" che narra in "articoletti" sui giornali del tempo, è, dunque, un attento osservatore degli accadimenti, un cronista. Il racconto allora, guidato da questa abitudine, acquista quello scarno lindore che emana freschezza. 1 fatti sono richiamati alla memoria e sistemati sulla pagina con pacatezza tanto che si ha l'impressione che l'autore parli di eventi accaduti ad altri; anche quando lo stesso è costretto ad esprimere un giudizio o a muovere una denuncia lo fa senza acredine con quel decoro che è proprio di chi ha acquisito un abito professionale.

Questa autobiografia ha però un motivo esplicitamente dichiarato: vuole l'autore far conoscere una parte del suo tempo. E ciò ha dato a noi la possibilità di scavare in un lungo periodo della vita locale e provinciale, di incontrarci con gli eventi grandi della storia, di vedere come questi affondano le radici nel substrato essenziale di quella che viene chiamata "storia minima" o come questa alimenti l'evento storico che solo per tali apporti è diventato grande.

 

1. Duri sono i ricordi "più lontani" che s'inoltrano al di là della Grande Guerra e si collocano in un paese, S. Agata di Sotto, allora Comune autonomo, ora S. Agata Irpina, frazione di Solofra, ove i contadini dovevano dare ai padroni "tre quarti del prodotto della terra, oltre a servizi di tutte le specie" e gli operai delle fabbriche di concia delle pelli "faticavano non meno di 14 ore al giorno senza alcuna assistenza".

Angelo Antonio Famiglietti, figlio di un artigiano, appartiene a quella classe intermedia che riesce a fare del lavoro un mezzo per superare l'impasse in cui le prerogative della classe dominante la vorrebbe inchiodata, e che, se è incline a non rinnegare la condizione sociale che la caratterizza, non è restia a raccogliere stimoli innovatori proprio per quella apertura ed indipendenza prodotta ed assicurata dall'attività artigianale, qualificandosi come quel tratto della società che meglio riesce ad innestare nel solco della tradizione l'evoluzione delle proprie strutture.

Questo artigiano, nella cui bottega, ove si confezionano e riparano calzature, c'è anche qualche dipendente, svolge un'attività a quei tempi apprezzata che gli permette di vivere decorosamente. Egli vede nell'unico figlio il naturale erede anche del suo mestiere, proprio come per generazioni hanno fatto gli artigiani della valle a volte talmente gelosi custodi della propria "arte" da fame perdere la memoria con l'estinzione della trasmissione ereditaria.

Il giovane, però, insieme alla passione per il canto, confortata da doti naturali, accarezza un'idea: diventare uno di quei professori di musica sacra che le allora numerose feste religiose e ricorrenze varie portavano nei paesi. Per questa realizzazione dovrà intraprendere una dura lotta contro abitudini rese solide dalla tradizione a favore della quale giocava un ruolo determinante, più che la condizione economica, il fatto che la sua inclinazione non corrispondeva a quelle permesse alla classe sociale di appartenenza. Egli ha però la ferrea volontà che nasce dalle passioni vere, e dalla sua parte, le donne della famiglia - la madre e le sorelle - che, impegnate in attività di lavoro, avevano già a quei tempi con l'indipendenza economica la possibilità d'introdursi attivamente nel processo evolutivo sociale.

In questa luce devono vedersi tutti quegli interventi l'acquisto del pianoforte, le lezioni di musica - operate dalle donne a carico della parte più tradizionalmente stabile della famiglia, il padre, per dare al giovane la possibilità di secondare una tendenza che gli avrebbe permesso di elevarsi anche socialmente. Tali interventi femminili sono sostenuti da parenti, amici e conoscenti, espressione essi stessi di quella intraprendenza di comportamento depositata nel carattere del solofrano da attività antiche quali l'artigianato e la mercatura.

Inizia così l'ascesa del giovane, il cui coraggio, sostenuto dalle qualità precedentemente indicate, lo porta ad infrangere, dopo quella del padre, anche la ferrea legge del maestro di musica e a dare, più presto del previsto, buone prove di sé.

Era l'avvio di una carriera che già nel 1915, a soli 17 anni, lo vedrà, preferito ad altri più quotati pretendenti, organista della Collegiata di S. Michele Arcangelo di Solofra e presente nei numerosi riti religiosi - in quei tempi di guerra c'erano anche le funzioni per i soldati che morivano e per quelli che combattevano - che si celebravano nelle "20 chiese solofrane aperte al pubblico" nelle quali officiavano "18 sacerdoti". A meno di venti anni il nostro giovane già guadagnava "tre quattro lire al giorno, più di quanto realizzava suo padre col proprio mestiere". "Oltre a ciò" facciamo parlare lo stesso - "dovevo lavorare non meno di sette ore al giorno in bottega e trovare il tempo per esercitarmi al pianoforte" - .

"Sì andava avanti così" - continua il Nostro - "papà col proposito fisso che dovevo perfezionarmi nel suo mestiere, io con quello altrettanto fermo di diventare almeno uno di quei professori [ ... ] che coll'organo e col canto vivevano abbastanza bene ed erano considerati ad un livello più elevato nella società".

La "ribellione" di Antonio Famiglietti avveniva nel rispetto delle fondamentali ragioni dell'uomo. Le innovazioni, quelle destinate con i loro frutti a portare avanti, sulla linea ascendente del progresso l'operato dell'uomo, non rigettano il già acquisito, ma sono un innesto su questo. L"elevato posto nella società" viepiù si costruisce con l'impegno, personale senza ricorrere ad astratti appelli alla giustizia sociale: - che, mai dono gratuito, può realizzarsi solo col contributo di ognuno.

Gli impegni intanto diventano più frequenti e, sconfinando da Solofra, fanno conoscere anche in provincia il giovane, il quale, quando nel marzo del 1917 sarà chiamato alle armi, durante tutto il periodo "delle istruzioni" a Pescara avrà l'incarico di suonare per la truppa.

Dopo ì cruciali mesi sul fronte - sarà in prima linea sul Carso e, dopo Caporetto, sul Piave - a Trento liberata Antonio Famiglietti arriverà ad avere la direzione di una Banda militare per tutta la lunga permanenza in quella città, fino al definitivo congedo del 5 maggio 1920.

Il ritorno a Solofra lo riporta all'attività di organista mentre sente il bisogno di perfezionarsi alla guida di un noto maestro, l'avellinese Gino Imbimbo, che egli sostituirà in molti impegni quando costui, per motivi di salute, vi sarà impedito.

 

2. Subito dopo la guerra Antonio Famiglietti si trova coinvolto nella lotta politica molto viva in paese, dalla quale "per coerenza" neanche in seguito seppe distaccarsi.

Quindicenne era venuto a contatto col socialismo innestatosi su un vivo movimento operaio - il Manacorda ne ha dimostrato l'indipendenza dallo sviluppo industriale - che già alla fine del secolo aveva interessato i lavoratori di Solofra e di S. Agata di Sotto.

Dalla vasta area che costituisce l'entroterra di Salerno e Napoli, su cui gravita l'asse geografico della conca del Solofrana, proveniva l'eco della complessa problematica delle masse lavoratrici, che ivi si dibatteva, e concretamente si rifrangeva nella realtà locale determinandone anche qui il lento ed inesorabile sbocco sul terreno della lotta di classe. E importante per una corretta lettura degli eventi solofrano-santagatini considerare la naturale apertura della conca sulla piana del Sarno e dell'Irno attraverso la quale è avvenuto come abbiamo dimostrato altrove - un continuo apporto di consistenti elementi storico-culturali. La stessa attività economica locale ha sempre gravitato sui mercati di Salerno e soprattutto su quello di Napoli, dagli Angioini e dagli Aragonesi alla Napoli mercantile dei Borbone. A mo' d'esempio consideriamo la lotta concorrenziale sviluppatasi all'inizio del secolo scorso per la lavorazione dell'oro fiorente ed antico monopolio solofrano - del quale il capoluogo campano pretese l'esclusività (nella controversia non furono estranei gli stessi artigiani solofrani trasferitisi a Napoli) causando la fine di quest'arte nel più piccolo centro.

Per il problema che stiamo considerando non bisogna quindi sottovalutare il consistente movimento operaio sviluppato nelle zone industriali del salernitano, che aveva fatto sentire la sua voce nelle rivendicazioni dell'epoca e dal '95 era presente anche in Parlamento con un seggio socialista dei quindici che quel partito aveva conquistato in tutta Italia.

Ma soprattutto bisogna tener presente che da Napoli Solofra ha sempre avuto con la città anche intensi rapporti culturali attraverso i molti suoi figli ivi distintisi in tutti i campi del sapere giungevano nella cittadina gli echi dell'anarchismo di Bakunin. Quando il rivoluzionario russo scopri a Napoli "molta più energia politica e sociale che a Firenze" e giudicò il napoletano un "terreno fertile che vale la pena di coltivare" per la "carica rivoluzionaria delle masse contadine" - e le vicende del brigantaggio non solo quello post-unitario mostravano che queste masse mancavano solo di organizzazione - si riferiva alle sue aree più vive nelle quali è da includere la zona solofrana, dove per altro contribuivano a rafforzare quella carica le locali attività artigiano-commerciali. Il movimento che fece capo a Bakunin si diffuse con un'attivissima propaganda nelle isole proletarie del napoletano tanto è vero che alla prima sezione dell'Internazionale sorta a Napoli se ne aggiunse subito una a Castellammare dì Stabia.

D'altronde che il bakunismo fosse arrivato a Solofra lo si apprende da una nota prefettizia del 1878 che paventa la diffusione in loco di idee improntate d'internazionalismo che avrebbe potuto fomentare un movimento insurrezionale. Comunque tra la fine del secolo e gli inizi di questo abbiamo concrete testimonianze di una presenza anarchico-rivoluzionaria a Solofra. La stessa Lega Pellettieri del 1903 era considerata. nei rapporti di polizia "eminentemente sovversiva".

Questi influssi s'innestavano in una società segnata da una lunga tradizione rivendicativa che aveva visto. Solofra presente in tutti i momenti cruciali della vita del meridione dal moto masanelliano, al '99, ai carbonari o, risalendo nel tempo, alle lotte feudali.

Quello solofrano era dunque un terreno adatto per esprimere un movimento operaio la cui identità è 'stata sottovalutata dagli studi precedenti, mancando in essi l'attenzione all'essenziale legame della cittadina con la capitale del meridione e col salernitano. Né pensiamo che una indagine in tal senso possa essere infruttuosa, anche perché i dati relativi alla realtà solofrana negli studi specifici spesso sono stati inglobati in quelli dell'entroterra napoletano e salernitano.

In tutta Italia non escluso il meridione il movimento operaio aveva trovato dopo l'Unità la sua prima organizzazione nelle Società di Mutuo Soccorso, che gradatamente avevano abbandonato l'originario moderatismo assistenziale per affrontare problemi più specifici del mondo del lavoro, financo questioni politiche. Questo cambiamento apparve evidente proprio a Napoli quando - siamo nel 1864 - il primo congresso delle società operaie del centro-sud adottò quello Statuto, opera del Mazzini, che superava nettamente le posizioni precedenti. E nel napoletano il movimento rivendicativo si colorò di consistenti elementi anarcoidi che lo fecero avviare decisamente verso forme di lotta e di organizzazione più avanzate.

Conseguenza di questa evoluzione fu la generale fioritura di società e organizzazioni operaie dell'ultimo ventennio del secolo nelle quali per altro le forze moderate cercarono di introdursi per attenuare le tendenze dell'anarchismo.

Questo fenomeno di così vasta portata, già capace di coniugare istanze sociali ed esigenze produttive, si diffonde nell'area agricolo-piccolo industriale solofrana dove nel 1884 sorge la Società di Mutuo Soccorso degli operai pellettieri subito affiancata da quella dei contadini e da una più eterogenea Società Centrale. Esse evidenziano il carattere specialistico e rivendicativo del mutualismo solofrano simile a quello salernitano e napoletano diverso invece dal più moderato mutualismo irpino.

In campo nazionale intanto il movimento operaio, approdato a forme legalitarie, si era organizzato nel Partito Operaio inalberando tra le rivendicazioni il diritto di sciopero, che sarà il coagulo di tutto il movimento anche dopo lo scioglimento del partito ed il motore degli scioperi di fine secolo.

Sull'eco di questi sommovimenti - a Napoli ci sono violenti scioperi soprattutto nel ramo della lavorazione delle pelli - anche Solofra è agitata - siamo nel 1898 - da fermenti per il pane "che non era fatto con la farina e costava quanto quello" e per le richieste dei pellettieri di aumenti salariali e di diminuzione dell'orario di lavoro, mentre la forza pubblica ha buon gioco a far abortire sul nascere questi primi tentativi.

Ormai il movimento operaio mostrava quella maturità per la costituzione dei primi nuclei sindacali. Questi nascono in seno alle Società di Mutuo Soccorso che si trasformano in Leghe di resistenza - dal 1891 aumentano considerevolmente - che costituiscono un ulteriore passo avanti perché si svincolano dalla tutela borghese, infatti escludono i padroni, ed hanno compiti di aiuto ai lavoratori in sciopero o in carcere.

Anche Solofra fa questo passo avanti con la Lega Pellettieri, inaugurata il '1° febbraio 1903, concretizzazione di quegli influssi che abbiamo visto innestarsi nel tessuto sociale solofrano. Il suo organizzatore e presidente, Ernesto De Maio, mantiene infatti legami con gli ambienti di Napoli, Salerno ed Avellino come corrispondente di giornali dell'area radical-socialista, il napoletano "1799", "11 lavoratore" di Salerno e la "Cronaca Rossa" di Avellino con lo pseudonimo Fritz.

E da questi ambienti attraverso Solofra - la Pellettieri, primo esempio di organizzazione operaia in Irpinia, è iscritta alla C.d.L. di Salerno e alla Federazione di Milano - giungono in Irpinia le istanze più avanzate della lotta di classe.

Se consideriamo che le 300 adesioni alla Lega comprendono anche piccoli artigiani a domicilio uniti con l'operaio contro il monopolio della più grande industria vediamo questi influssi penetrare ampiamente gli strati della società solofrana dell'epoca. E se teniamo presente che anche la Società di M. S. dei contadini sì trasformò in Lega di resistenza mentre la terza società continuò ad assistere i lavoratori generici, ma nelle sue file c'erano anche pellettieri e contadini, notiamo profilarsi una separazione nel movimento operaio solofrano: una parte più vicina al patronato o da esso controllata, pìù radicale l'altra. C'erano poi le associazioni cattoliche che introducevano la loro carica conservatrice nel mondo operaio.

Le due Leghe solofrane si configurano come organizzazioni su base professionale e ciò dà una struttura corporativa al movimento operaio locale che ereditava, trasferendolo sul piano della lotta per il miglioramento dei lavoratori, di corporativismo rinascimentale, elemento peculiare delle attività artigianali locali. Particolarmente la Pellettieri per la specificità dei lavoro in loco acquista l’impronta dì una vera e propria Lega di mestiere che dà forza alle richieste della stessa: un coordinamento di orari di lavoro, dì salari e di mansioni dell'operaio, che dipendevano esclusivamente dall'arbitrio dei singoli industriali, oltre alle rivendicazioni di aumenti salariali e di miglioramenti dell'orario di lavoro.

Sono le stesse rivendicazioni che in quegli anni faceva il PSI in, Parlamento quando, guidato dall'ala riformista, aveva iniziato quella collaborazione con il governo che andrà con il nome di svolta giolittiana. E queste sono le richieste - aumento salariale del 25%, riduzione da 14 a 8 ore dì lavoro giornaliero - che alimentano i movimenti operai del napoletano tra il 1902 e il 1903 - famosi proprio quelli dei pellettieri - dei quali fa parte lo sciopero solofrano dell'aprile del 1903.

Solofra produsse un vero e proprio braccio di ferro tra gli operai e gli industriali durato 11 giorni, durante i quali tutta la zona e le fabbriche furono presidiate dalle forze dell'ordine sostenute da un reparto di fanteria proveniente da Sarno. La mediazione cercata dal segretario della C.d.L. di Salerno e dal rappresentante della Lega solofrana, Ernesto De Maio, non riuscì poiché gli industriali tennero duro e si rivolsero alla manodopera dei paesi limitrofi arrivando a condizionare l'assunzione all'iscrizione alla società di Mutuo Soccorso da loro controllata.

La solidarietà dei partiti popolari del Blocco Democratico di Avellino e direttamente l'appoggio del partito socialista irpino, i cui rappresentanti, Pagnotta e Cianciulli, giunsero a Solofra, e di quello beneventano tramite il propagantista Luigi Basile, dimostra come le esigenze avanzate dal movimento operaio divenivano problemi politici sul cui piano se ne cercava la soluzione.

Lo sciopero solofrano naufragò, come la maggioranza delle rivendicazioni di quegli anni, dinanzi allo spiegamento della forza pubblica e alla consistente resistenza del patronato, segno che la borghesia liberale solofrana si schierava sulle posizioni di opposizione alla esperienza giolittiana. In Parlamento invece il PSI dibatteva anche il problema dei pellettieri solofrani ad opera dell'On. Cabrini - prendiamo la notizia da Covino - che lamentava l'astio della classe patronale a "regolare con leggi" i rapporti tra "capitale e lavoro". Invero gli industriali solofrani con sistematiche e volute astensioni ostacolavano persino il funzionamento del probivirato quell'istituto che aveva per scopo l'instaurazione di rapporti meno tesi tra operai e padroni - dimostrando che il nemico del socialismo solofrano non era, come è stato sottolineato per H socialismo ìrpino - "quella generale arretratezza delle masse", bensì l'opposizione della classe che si vedeva scalzata da pretesi diritti di nascita o acquisiti.

All'uopo ci serviamo dell'esame del Famiglietti che dice "se per progredire economicamente era difficile, culturalmente ([... ] per tutti ì figli dei lavoratori) era assolutamente impossibile. Gli operai e i contadini vivevano sotto lo sguardo maligno dei cosiddetti aristocratici, maledettamente invidiosi e gelosi, i quali, con i mezzi abbondanti che avevano a disposizione, erano capaci di schiacciare chiunque avesse tentato di elevarsi un tantino dallo stato in cui era nato".

Vogliamo commentare questa situazione con il lucido giudizio di Dorso quando parla di "rivoluzione politica e sociale delle coscienze" come l'unica corretta via che avrebbe permesso agli uni di abbandonare il sopruso e agli altri di non essere passivi strumenti di quelli.

Un fatto legato allo sciopero del 1903 acquista rilievo nella storia del movimento operaio di Solofra e ne stigmatizza la debolezza: il fallimento della C.d.L. solofrana. L'esigenza di una sua costituzione era apparsa proprio all'indomani dello sciopero per dare maggiore forza alle richieste degli operai. Nell'agosto di quell'anno l'ori. Tedeschini tenne a Solofra una conferenza che, secondo la stampa di parte, fece affluire 2000 persone, nella quale si dibattette questo problema. Il 17 dicembre dello stesso anno abbiamo notizia della fondazione della C.d.L. solofrana.

Lo stato attuale delle ricerche non ci permette di essere più chiari sull'argomento, possiamo comunque dire che la specificità del lavoro svolto esclusivamente in loco avrebbe dato alla Camera solofrana il carattere di una Federazione di mestiere e possiamo ascrivere alla crisi che in quegli anni coinvolse tutte le C. d. L. l'aborto sul nascere del tentativo solofrano. Esso è un episodio dì quella crisi del socialismo meridionale che - è stato detto - fu soprattutto "crisi di penetrazione sindacale" anche dove, aggiungiamo noi, esisteva una realtà come quella solofrana idonea a consentirla.

La coscienza della lotta dì classe non sarà scalfita dal fallimento del moto insurrezionale solofrano, continuerà ad esprimersi nel malcontento diffuso intorno alle 55 industrie locali e alle otto santagatine e nell'impegno con cui fu mantenuta in vita la Pellettieri che ancora nel 1904 aveva 332 iscritti ed un programma teso a "riordinare l'organizzazione dei pellettieri, a tener viva l'agitazione" oltre che ad "educare ed istruire l'operaio" (Sarà sostenuta finanziariamente anche dagli emigrati ed avrà "locali decenti").

In Irpinia chiusa la C. d. L. locale si tentò di coagulare le scarse forze operaie intorno a quella di Salemo e dì dibattere il problema dell'organizzazione delle masse operaie di tutta l'arca meridionale con il progetto dì un Congresso a Penta che si tenne invece a Napoli nel 1907, dove Ernesto Cesare Longobardi relazionando sul fallimento degli scioperi lamenterà la poca efficacia del movimento poiché "leghe numerosissime si sfasciano [ ... ] e centri fiorenti di organizzazione sono destinati a condurre vita tisica".

Languì anche la Pellettieri depauperata da una massiccia emigrazione: il 1911 e Buenos Aires sono ì due dati che riguardano gli iscritti alla Lega, della quale per un periodo non possiamo documentare l'attività. Le due Leghe di resistenza dovettero subire una involuzione che d'altronde si riscontra in un articolo apparso su "Il Grido" nel 1913 quando il giornale socialista montellese lamenta che la società operaia di Solofra (si badi non la Lega e si badi pure al colore del periodico) "con un numero non indifferente di conciapelli non si occupa degli operai", i quali nello stesso anno rifiuteranno persino di festeggiare il I' maggio perché, affermava il presidente in una lettera, "i tempi non sono maturi". Troviamo ancora presenti nelle cronache solofrane "le tre società operaie: quella conciapelli, degli agricoltori e la Società Centrale" fino al 1916 (ma siamo nel periodo in cui c'erano nutrite partenze per la guerra).

L'opera di proselitismo però non si fermava se proprio in ucgli anni - nel 1915 - il Famigliettí sarà instradato al socialismo da quell'Ernesto De Maio che era stato un elemento chiave del movimento socialista all'inizio del secolo.

Prima di concludere questo lungo exursus che, necessario per inquadrare i fatti narrati nei Ricordi, ci ha permesso la ricostruzione di un momento di storia solofrana, dobbiamo soffermarci sui contrasti durio e frequenti che dilaniavano il già debole tessuto sociale. Cogliamo questa atmosfera sulla stampa locale faziosa e di parte nella quale se è difficile individuare il preciso contorno degli avvenimenti è possibile invece scoprire quella impreparazione delle coscienze di cui parlava Dorso alle soglie del fascismo.

 

3. Ritorniamo ad Antonio Famiglietti che nel 1915 viene a contatto col socialismo. Siamo nell'epoca in cui il partito, aveva visto fallire il collaborazionismo riformista e si era sfibrato dividendosi sulla questione della guerra dinanzi alla quale aveva dovuto soccombere, ma non avrebbe rinunziato ad un'attiva presenza nella realtà sociale che la guerra stava creando, a sostegno delle masse che o direttamente o indirettamente ne subivano il peso.

In Irpinia il partito, nato nel 1899 intorno a Cianciulli, aveva cominciato ad operare nell’"Unione dei partiti popolari", che aveva raggiunto risultati positivi conquistando nel 1903 il Comune del capoluogo ed ottenendo nella Solofra della Lega Pellettieri - siamo nell'anno dello sciopero - una buona affermazione.

Fallita l'esperienza del Blocco dell'Unione il socialismo irpino si era trovato diviso tra il rivoluzionarismo del Cianciulli e l'intransigentismo riformista dì Pagnotta anche qui debole come tutto il socialismo meridionale, mentre i suoi precedenti alleati venivano sempre più assorbiti dalla logica del potere trovando nel trasformismo la via più comoda per soddisfare gli interessi personali e, di conseguenza, facendo dell'amministrazione della cosa pubblica un terreno di conquista e di dominio.

Dinanzi a questa situazione il socialismo irpino, come quello meridionale improntato all'insegnamento di Giovanni Bovio - il filosofo siciliano entusiasmava i giovani dalle aule dell'Università di Napoli e scriveva sulle pagine de "II Grido" -, acquista una carica ideale, ma si attarda nella più piccola problematica della gestione del potere allontanato dai grandi problemi proprio da quel trasformismo che voleva combattere. E così sarà necessariamente lontano dalle masse su cui avrebbe dovuto far presa - i molti contadini, i pochi operai - o perché facilmente manovrabili o perché difficilmente raggiungibili. "Classi impaurite" annoterà più semplicemente il Famiglietti riferendosi ad una piccola fetta della società irpina del tempo, la realtà santagatina.

E questo socialismo, 'che inalberava proprio la bandiera moralizzatrice contro le oligarchie locali e la corruzione amministrativa, sembrò "bello" al giovane Famiglietti (ma in questo aggettivo, ripetiamo col Missiroli, avrà insieme la sua grandezza e la sua debolezza).

Nel suo paese, roccaforte di un patronato della terra e dell'industria - a S. Agata c'erano 28 famiglie di proprietari su una popolazione di 966 persone al censimento del 1911 - i "signorotti" avevano da sempre tenuto il potere e lo usavano commettendo soprusi e violazioni di diritti sulla facilmente domabile massa dei sottoposti. Contadini e operai, contadini che sono anche operai o che convivono con essi, ma anche lavoratori a domicilio o piccolissimi proprietari, gente legata dalla tradizione e da un'ingiusta servitù alla terra o all'industria dei signori.

Questa massa contadino-operaio-piccolo artigiana dopo la guerra vede risvegliarsi le speranze deluse vent'anni prima ma non sopite. E il medesimo movimento operaio, reso più maturo dalle esperienze di quegli anni - le rivendicazioni nel napoletano, la guerra, le conquiste in campo nazionale -, che ha acquistato coscienza politica e si è organizzato in partito diffuso nella zona con due sezionì, una a Solofra e una a S. Agata di Sotto, causando la violenta e preoccupata reazione della classe che fino ad allora aveva dominato incontrastata.

Questa società complessa e in fermento era perciò dilaniata da lotte che degeneravano in odi personali o di famiglia e che costituivano la debolezza dì fondo della parte meno forte giocando invece a favore dell'altra che si presentava come tutrice dell'ordine di contro alla facinorosità popolare.

Già abbiamo detto di questa conflittualità di fondo presente nella società irpina, essa però maggiormente invadeva quegli ambienti più esposti per l'eterogeneità delle sue stratificazioni. Uno studioso della realtà irpina di quel periodo, Giuseppe Covino, ha colto dalla lettura del periodico solofrano "Le rane" una "conflittualità operaia" che sfociava in risse e coltellate e noi aggiungiamo che la medesima irrequietezza abbiamo notato nelle cronache del "Corriere dell'Irpinia" o di altri giornali provinciali, sempre in relazione alla realtà solofrana e santagatina, situazione peraltro denunziata dallo stesso Famiglietti il quale ne individuava le cause nell'abbandono in cui erano tenuti gli operai che per distrarsi avevano solo la cantina e nell'ubriachezza commettevano finanche omicidi. A questi operai, che i signori sia a Solofra che a S. Agata escludevano dai loro circoli - nella prima gli eleganti locali del L. Santoro, nella seconda un circolo ove "si giocava fino a notte inoltrata" -, il giovane Famiglietti, divenuto sindaco del paese, crea insieme ai suoi amici di fede un ritrovo civile, l'"Unione Operaia", subito ficca di 80 adesioni.

La capacità organizzativa proletaria, nuova per un minuscolo paese che aveva sempre gravitato intorno al più grande centro, provoca timorose apprensioni, inoltre quella associazione metteva a nudo la mutata consistenza dell'elettorato, frutto delle riforme del '12, in quanto "80 operai con le loro famiglie costituivano la maggioranza del corpo elettorale locale di appena 210 elettori".

Siamo nel 1920 Antonio Famiglietti, ritornato dalla guerra, capeggia una lista socialista che conquista il Comune di S. Agata di Sotto. E una ripresa anche del socialismo solofrano.

In tutta Italia infatti il PSI, uscito dalle restrizioni della guerra, si era organizzato dando vita ad "una delle stagioni più inquiete" con scontri, disordini, agitazioni - erano dibattuti i problemi causati dal rientro dei reduci, dal carovita, ma c'erano anche vaghe aspettative di un rinnovamento generale -, un periodo che va col nome di biennio rosso e che, in campo sindacale, coglie una delle conquiste più grandi del movimento operaio, le otto ore lavorative, e, in campo politico, fa appunto registrare una decisa avanzata del partito.

Questo fervore si riscontra anche in provincia dove sorgono sezioni, circoli operai, leghe di resistenza, secondo la linea indicata da Cianciulli fin dal '14 al Congresso Socialista Campano di Napoli, quando il socialista montellese aveva presentato come problema prioritario un ampio reclutamento soprattutto in quelle aree dove già esisteva un proletariato industriale. L'intento di politicizzare il movimento operaio si realizzava. E neanche in Irpinia mancavano episodi di fermento (notevoli gli scioperi dei ferrovieri organizzati ad Avellino da un solofrano, Carmine Guacci che introduceva nella nostra provincia istanze colte a Rimini e a Brindisi, dove il lavoro lo portava), espressioni del malessere che serpeggiava fra le masse.

Solofra è uno dei centri più interessati a questi fatti. Qui il movimento operaio ha trovato in Vincenzo Napoli ed Emanuele Papa due organizzatori capaci di ridargli vita.

Vincenzo Napoli (1882-1956), nato a Solofra e compagno di studi del Cianciulli a Benevento, aveva abbandonato l'abito talare e si era dedicato al movimento operaio sostenendolo nelle sue rivendicazioni e guidandolo nella lotta politica. Rifondata la Lega Pellettieri, diventa l'anima degli scioperi che nel marzo-aprile del 1920 misero in moto gli operai della provincia ottenendo a Solofra, però, i risultati più considerevoli. Percorreva la provincia insieme a Cianciulli ed altri organizzando quelle feste del Primo Maggio quella di Solofra del '20 fu imponente per partecipazione e risonanza - che erano vere e proprie assemblee di propaganda operaia in cui la sua trascinante oratoria riusciva a trarre dall'assuefazione cruciali problemi di giustizia sociale. Aveva creato varie sezioni socialiste - era segretario di quella di Altavilla - che poi furono unite in una Federazione Provinciale della quale "Il Grido" sarà la voce ufficiale. Fu tra i redattori di questo giornale firmandosi con la sigla W.

Il cospicuo movimento solofrano ebbe da lui una sistemazione politica nella sezione socialista nel luglio del 1920, lo stesso anno in cui alle elezioni amministrative dell'autunno Solofra farà registrare il maggiore successo socialista in Irpinia. L'evento elettorale di Solofra è sottolineato da quello di S. Agata di Sotto e dai risultati alle provinciali dove l'altro compagno di lotta del Napoli, Emanuele Papa (1887-1956), professore di matematica, passato dal riformismo al rivoluzionarismo del Cianciulli, riesce a soppiantare alla provincia il forte compaesano Eugenio Giliberti.

Solofra in quegli anni è con Atripalda e Montella tra le protagoniste del socialismo irpino e come tale sarà presente al Congresso di Livorno nel gennaio del 1921, dove il Napoli insieme al Cianciulli aderì alla mozione di Firenze, cioè a quella parte del socialismo che "faceva appello al patriottismo del partito", che difendeva "i successi del movimento operaio" e la volontà delle masse nel rispetto della realtà italiana. Nel mese di marzo dello stesso anno si terrà a Solofra - ospite il salone della Lega Pellettieri - il III Congresso Socialista Irpino con l'ìmportante scopo di "puntualizzare le posizioni emerse dalla scissione di Livorno".

Nella cittadina accanto alla prospera Lega Pellettieri c'era la lega Coloni. Entrambe però non erano le uniche voci che mantenevano viva la lotta politica locale. Intorno alla lavorazione delle pelli si era andata formando una ricca rete di tensioni acuita dall'accresciuta ricchezza dei grandi industriali per le forniture belliche - in provincia sarà chiamato "pescecanesimo" -. Già prima della guerra le pelli di agnello ed agnellone col pelo erano vendute a prezzi altissimi agli austriaci, allora nostri alleati, che le ricercavano che essa, se pure è nella scia di quella più grande solofrana, ha un suo particolare rilievo poiché qui si riescono a "scalzare" dal Comune "i signorotti che lo detenevano da data immemorabile".

Di questo Comune Antonio Famiglietti diventa, nel settembre del '21, dopo le burrascose dimissioni del socialista Michele Cotone, il sindaco più giovane d'Italia.

Il paesello è povero, poiché costituito nella maggior parte da gente indigente e perché gli amministratori precedenti, tutti appartenenti ai pochi abbienti, avrebbero dovuto autotassarsi per realizzare quelle opere necessarie ad una civile vita in comune.

In quel paese langue tutto, dal servizio sanitario a quello amministrativo, dalla scuola all'illuminazione, dalle strade alla cura del cimitero, problemi che il giovane sindaco affronta con la stessa detenninatezza che aveva animato le lotte personali. Gli ostacoli da superare - maggiori e certamente più ardui -comportavano lo scontro con i "signorotti" che divennero suoi acerrimi nemici.

Accettando "una vita di combattimento incessante [ ... 1 intrapresi l'opera mia", commenta il Famiglietti nel dare l'arida elencazione delle cose fatte - tra cui il cambio del nome del paese in quello di S. Agata Irpina - nel breve periodo del suo sindacato che termina il 24 gennaio del 1924 con lo scioglimento del Consiglio Comunale travolto dall'incessante opera di assorbimento fascista di tutte quelle amministrazioni che, in seguito alla mutata situazione politica dell'ottobre del '22, non si erano liberamente sciolte.

Non sono i molti e validi problemi risolti a favore della comunità santagatina che vogliamo sottolineare - dei quali leggendo i ricordi si ha completa notizia - quanto quell'atmosfera di lotta e odi che visse il piccolo paese in cui lo scontro, che già era contrasto personale, diverrà col fascismo feroce odio politico. Atmosfera che a stento si coglie nel racconto scarno del Famiglietti invece più chiara si evidenzia in quei processi che colpirono entrambe le parti e ancora una volta si individua sulla stampa dell'epoca. Da questa abbiamo tratto e riportato in Appendice solo alcuni "pezzi" riguardanti episodi esplicitamente citati nei Ricordi o altri che servono a meglio illustrarli. Interessano per il periodo del sindacato del Famiglietti tutte quelle note dì cronaca apparse sul "Corriere dell'Irpinia" che ci danno un ampio spaccato della situazione solofrana e santagatina prima che il silenzio fascista cadesse sul settimanale irpino.

Troviamo Angelo Antonio Famiglietti corrispondente di questo giornale dal '23, ma molte note di cronaca sono firmate dalla sigla T. Il tono delle stesse e la prosa sono chiaramente dì mano del Famiglietti il quale d'altronde era l'unico corrispondente del giornale. Abbiamo utilizzato per l'Appendice solo gli articoli autografi, gli altri, insieme a quelli riguardanti la vicina Solofra, ci hanno dato la possibilità di chiarire degli episodi citati. Anche il quindicinale solofrano "Le ranc" ha permesso di ritrovare personaggi e situazioni per lo meno fino al 1922 quando quel giornale pose termine alle pubblicazioni essendo stato nominato il suo direttore-proprietario commissario regio nel Comune di Pattì in provincia di Messina.

Le speranze che avevano determinato la vittoria amministrativa non vengono deluse. Il piccolo paese si sveglia non solo ad una vita più civile con l'ampliamento della scuola che raggiungerà le zone più isolate, ma anche alla vita politica che in un paese con una base industriale significherà lotta di classe. Vedrà questa contrada svilupparsi contro i nuovi amministratori la feroce opposizione di quella classe che si era vista privata di un potere che non significava solo predominio e che troverà nel fascismo non solo la possibilità di riavere quel potere, ma la sicurezza contro avventure pericolose. Allora si comprende che il fascismo fu pure, come è stato autorevolmente dimostrato, l'estremo sussulto di una classe - imprenditori, notabili, proprietari - che non vuole cedere dinanzi agli orizzonti della democrazia e che alle prospettive che R socialismo apriva alle masse "impreparate" preferì gli orizzonti più calmi del conservatorismo.

Il piccolo paese di S. Agata slitta dunque nel fascismo dei signori e degli imprenditori: sembrò un ritorno ai tempi precedenti l'avventura socialista. E c'era il deteriore trasformismo a spiegare il caso del segretario della sezione fascista santagatina, poi Commissario Regio del Comune, quell'Ernesto De Maio che aveva inculcato nel giovane Famiglietti le idee socialiste col quale il Nostro condusse un'acre lotta combattuta a suon di processi e di denunzie.

 

 

5. L'amministrazione socialista santagatina fu soffocata dall'avanzata del fascismo che chiuse nella sua morsa ogni forma di vita democratica e smantellò tutte le conquiste operaie.

La situazione cambiò prima a Solofra poco dopo la marcia su Roma, quando - siamo nel marzo del '23 - il sindaco Napoli rassegnò le dimissioni nelle mani del prefetto "in omaggio alla mutata situazione italiana", mentre i subentranti fascisti riconoscevano i meriti del suo operato.

In realtà la resa del Napoli dinanzi all'avanzata fascista non fu così pacifica come le dichiarazioni ufficiali vollero far apparire. Costui, come abbiamo visto organizzatore del socialismo solofrano, fu oggetto di pesanti minacce e costretto finanche all'espatrio. Insieme a lui emigrarono oltre 500 operai "spinti da un moto di fierezza e indipendenza", cosa che darà un colpo sia al fascismo che all'economia del paese, ma mentre il primo ebbe il campo libero, l'economia, che gravitava intorno al lavoro nelle concerie, non si rialzerà più fino ad essere completamente messa in ginocchio dalla politica autarchica del regime. D'altronde Solofra, nonostante la realtà operaia, aveva un esteso ceto piccolo borghese di commercianti e medi artigiani timorosi dell'avventura operaia, ed un clero con le associazioni cattoliche di chiara tendenza conservatrice; inoltre contribuiva a creare un pesante alone di anticlericità intorno al movimento operaio il fatto che il Napoli fosse un ex-prete, per cui non fu molto difficile scardinare il pur forte fronte socialista.

Diversa la situazione a S. Agata in cui c'era una netta contrapposizione di due precisi schieramenti, da una parte la maggioranza operaio-contadina, che gravitava intorno all'unica chiesa, improntava le associazioni cattoliche e quella combattenti, che deteneva il Comune, e che nel socialismo esprimeva la protesta contro il potere patronale; dall'altra c'era la borghesia rurale e industriale in netta minoranza.

Questa essenzialità di contrapposte posizioni rese più acre la lotta politica quando il fascismo vi si introdusse con la prospettiva, per la parte patronale, come abbiamo detto, di riconquistare il potere, e per gli operai e i contadini con lo spettro dei soprusi di quel governo che essi avevano abbattuto.

Già prima della conquista del potere da parte dei fascisti si colgono i prodomi di ciò che sarà in seguito lo scontro tra le due fazioni che finiscono spesso sulla stampa con reciproche accuse, mostrando come quella conflittualità andasse molto più in là della morbida politica seguita dai fascisti prima del '25.

La realtà santagatina, dunque, rendeva più difficile la conquista del potere locale da parte fascista: si procedette per gradi.

La calma che avvolse la vita solofrana dopo la presa della cittadina aiutò questo processo. li primo atto in loco fu svolto contro il circolo Unione Operaia, considerato "un covo di sovversivi", che fu soppresso con decreto prefettizio nel luglio del '23 "per gravi motivi di ordine pubblico". Gli operai confluiranno nella sezione combattenti. La defenestrazione dell'Amministrazione socialista con la posta sotto giudizio degli amministratori potette avvenire solo dopo il dicembre del '23, quando il Prefetto di Avellino sarà sostituito da un Commissario regio con maggiori poteri. Si ha quindi la soppressione della sezione socialista e della "Combattenti" di S. Agata Irpina che, costituita da operai e contadini e gravitante nell'orbita dell'Amministrazione, presentava una realtà ben diversa dalle altre associazioni combattentistiche.

Il movimento combattentistico, come ha lucidamente messo in risalto Guido Dorso, fu fluttuante tra i vari schieramenti per carenze contraddizioni e caratteristiche proprie risentendo in special modo delle realtà in cui operava. A S. Agata la sezione combattenti sarà una cellula socialista, a Solofra, invece, in virtù della pìù ampia conformazione di quella società, avrà una costituzione eterogenei sono dirigenti fascisti e combattivi socialisti, lo stesso Famiglietti vi entrerà come rappresentante di S. Agata quando quella sezione sarà soppressa -il che la rendeva meno pericolosa.

L'ibridismo del combattentismo solofrano, come avveniva altrove, fu la debolezza di questa associazione. Se da una parte, infatti, i socialisti trovavano nel combattentismo i loro stessi aneliti di rinnovamento, dall'altra gli elementi fascisti o comunque borghesi cercavano di mantenere queste esigenze nell'ambito del sistema che intanto il fascismo andava trasformando.

Queste contraddizioni di fondo di tutto il combattentismo meridionale, ben messe in evidenza dal meridionalista irpino, risultano anche a Solofra. Ed anche il movimento solofrano sfociò nella dichiarazione dì apoliticità del luglio del '24, che fu quel "comodo velo" dietro il quale si camuffava una intenzionale o involontaria, comunque sempre colpevole, alzata di scudi.

Ma ritorniamo al giovane sindaco che, estromesso dal Comune, si dibatterà per ben sei armì nelle more di vari giudizi, dai quali uscirà sempre con piena assoluzione.

Egli continuò a seguire la vita del suo paese e gli atti dell'Amministrazione commissariale dalle colonne del "Corriere dell'Irpinia".

Le sue note di cronaca, coraggiose - e ciò spiega il ricorso alla sigla che le firmava - ci hanno permesso la ricostruzione del clima, caratteristico di quel periodo, che lacerava la vita di tante realtà italiane. "Se noi facessimo sentire la nostra voce" dice l'articolista "appena sì verificasse uno sconcio nell'Amministrazione del nostro Comune si potrebbe dire che facciamo la caccia al pretesto, ma, quando come nell'attuale lagnanza, parliamo dopo due mesi che lo sconcio perdura ai danni assoluti della cittadinanza crediamo di compiere precisamente il nostro dovere".

Lo scontro tra il fascismo emergente e il socialismo soccombente continua crudo anche dopo la presa del potere, lo si conosce fino a quando sarà possibile all'opposizione parlare, ma non si esaurirà quando il silenzio cadde sulla vita del paese. Questi scontri spesso si trasferiranno nelle aule della giustizia per insulti, bastonature, accuse varie, dove finivano sia gli uni che gli altri, espressione di una lotta che si combatteva senza esclusione di colpi. A questo proposito riportiamo il commento di un cronista solofrano nel riferire la conclusione del processo più lungo in cui era sfociato lo scontro politico santagatino che "da ben sei anni aveva sconvolto ed agitato gli animi di Solofra e dell'ex Comune di S. Agata Irpina [ ... ] che per quanto sia stato un comune microscopico è stato sempre, da tempo immemorabile, uno dei focolai più bellicosi per duelli politici".

Siamo in grado di seguire l'opera capillare di fascistizzazione da parte dell'Amministrazione commissariale di S. Agata Irpina, opera importante ed essenziale in un paese ad ampia base socialista.

Per la "pacificazione degli animi" si addiviene ad un accordo "con i ferrovieri tutti combattenti in modo che ogni accusa a loro carico viene a cadere" (questa categoria era stata sempre un focolaio di agitazioni), né mancarono azioni più precise dirette verso elementi socialisti di spicco nel paese. à il caso dì Francesco Barbarisi segretario del partito socialista santagatino, attivista ed ex amministratore, ma soprattutto dotato di carisma presso gli operai. Costui è circuito e nello stesso tempo è impaurito (era coinvolto nel processo intentato contro gli amministratori). Aderirà al fascismo e si trasformerà in fiduciario dei sindacati agrari a Banzano dì Montoro Superiore ove era nato nel 1881. Altri socialisti vengono illegalmente cancellati dalle liste elettorali e riammessi solo ìn tempi più sicuri, nel maggio del '25.

Il governo commissariale inoltre tende a carpire fl favore della cittadinanza quando non aumenta la tariffa daziaria che in tutti i Comuni d'Italia aveva provocato il rincaro dei generi alimentari (la manovra poi scemerà nel ritocco dei prezzi che saranno uniformati agli altri con lo scarto ingiustamente assorbito dal Comune).

Nello stesso tempo si cerca di colpire gli amministratori o i simpatizzanti e collaboratori col chiaro intento intimidatorio e di discredito presso la massa operaia.

Il Famiglietti intanto, ancora non libero dai processi, ha vita difficile a S. Agata, per cui sarà costretto a trasferirsi a Napoli nel 1926 alla morte del padre "che rappresentava per me", dirà lo stesso, "una forza contro i fascisti che lo temevano".

Dalla città partenopea, dove s'era sposato, verrà dì tanto in tanto a Solofra per non perdere i contatti di lavoro. In quegli anni sarà accompagnato dai rapporti della polizia fino al '36, quando, avendo abbandonato ogni attività politica, sarà radiato dall'albo dei sovversivi e potrà avere la tessera pulita senza la qualifica di sorvegliato speciale. Finivano le paure per il Nostro che per non essere ospite indesiderato nei paesi dove il lavoro di organista lo portava era ricorso al pericoloso espediente di una doppia tessera che usava secondo le esigenze.

Intanto il consolidato regime fascista aveva allentato la morsa repressiva. A S. Agata, assorbita nel '26 nel comune di Solofra, era stata soppressa la sezione fascista. Il commissario per la fusione dei due Comuni, amico del Famiglietti, gli renderà facile il ritorno al paese d'origine. Sarà il Nostro costretto a convivere come tanti con una realtà che non accettava.

D'altronde il socialismo del Famiglietti nasceva dall'esigenza di vedere più umane le condizioni di vita degli umili ed era un credo tanto simile a quello che si predicava nelle chiese dove egli si era formato e dove quotidianamente lo portava il lavoro.

La vita nel sistema non intaccava quindi le convinzioni personali, era sostenuta dalla coscienza della irreversibilità della situazione italiana, era riconoscimento della sconfitta, accettazione della realtà quando ci sono forze superiori che la governano. Il suo spirito essenzialmente concreto lo faceva rifuggire da ogni sogno utopistico, volto invece solo a ciò che si può realizzare.

In questa luce è da vedersi la richiesta prodotta dallo stesso su consiglio di un amico di iscrizione all'Unione Artisti e Professionisti, che avrebbe risolto qualche suo problema, richiesta respinta a Roma per "cattivi precedenti politici" che egli commenterà con un "le cose non potevano andare diversamente".

Il realismo ancora una volta si esprimeva nella concreta lettura della realtà.

 

6. E siamo alla guerra fascista allo scoppìo della quale Famiglietti viene richiamato alle anni nel ruolo e col grado col quale si era congedato nel 1919 e cioè come "sergente furiere" e viene assegnato al 2390 Battaglione territoriale mobile della 4.a Compagnia di stanza ad Avellino per essere, dopo un congedo momentaneo ed un nuovo richiamo, nell'aprile del '41, definitivamente posto a riposo.

L'annunzio dell'arresto di Mussolini lo colse mentre era intento al suo lavoro e lo portò, dopo una corsa a casa, a suggellare nell'abbraccio con i figli un complesso sentimento che era di gioia per la liberazione dalle catene del regime, offuscata dal triste presentimento di futuri tempi calamitosi. E questi verranno il 21 settembre quando in un mezzogiorno dì sole la cittadina darà il suo contributo di vittime civili e di distruzioni alla cacciata del nemico.

Intanto lentamente in Irpinia riprendeva la vita democratica e ancora pìù lento ed incerto era il processo di defascistizzazione che acquisterà maggiore incidenza, e solo per un breve periodo, immediatamente dopo l'insediamento, il 1° ottobre 1943, del governo militare alleato nel capoluogo irpino. Il maggiore americano Sisson, infatti, nel prendere contatto con gli elementi antifascisti locali, che erano confluiti nel Fronte di Liberazione Nazionale, dove prevaleva il Partito d'Azione costituitosi intorno alla figura più rappresentativa dell'antifascismo irpino, Guido Dorso, accetta, in un primo momento, il piano dorsiano di un'ampia estromissione dai gangli amministrativi e politici degli esponenti fascisti che ancora erano al loro posto dopo il 25 luglio.

In conseguenza di questo iniziale indirizzo dei governo alleato il 7 dicembre del 1943 ci fu la deposizione del podestà di Solofra e la nomina di un Commissario Civile socialista, nella persona di quel Vincenzo Napoli che abbiamo conosciuto protagonista della vita solofrana all'inizio degli anni venti. Egli scelse come suo collaboratore il Famiglietti affidandogli la responsabilità dell'Ufficio del "tesseramento generi alimentari", quell'Ufficio che si era reso necessario per difendere la popolazione nella complessa situazione alimentare determinata con l'invasione alleata. Alla maggiore richiesta dei consumi provocata dalle truppe di occupazione, a favore delle quali giocava un positivo cambio, corrispondeva la scarsità di merci e il loro dìfíicile approvvigionamento col conseguente ricorso al mercato nero.

In seguito, ma non più tardi della fine di dicembre di quell'anno, il governo alleato ad Avellino si assesterà su di una linea più moderata avvicinandosi agli esponenti liberali della politica prefascista perché nel frattempo le posizioni dorsiane si erano andate irrigidendosi in un radicalismo considerato pericoloso da chi voleva realizzare la ricostruzione della libertà nella salvaguardia della continuità delle istituzioni.

Nonostante l'arretramento moderato del Comando alleato - e questo è un esempio dì quella che sarà chiamata "discontinua tolleranza anglo-americana" - il commissario socialista solofrano sarà confermato dal prefetto che conferiva al Famiglietti l'incarico di assessore nella Giunta Comunale dì nomina prefettizia e la direzione dell'Ufficio di Stato Civile, nonché accettava la proposta fatta dal medesimo comando alleato di nominare lo stesso dirigente della Sottosezione dell'Ufficio Provinciale del Lavoro istìtuito nell'aprile dei 1944 a Solofra.

La situazione cambiò nell'aprile del 1948 quando si profilò H pericolo comunista determinato dal chiaro asservimento dei partiti di sinistra alle direttive dì Mosca. Allora le forze di centro, forti dell'appoggio popolare, tesero a purificare le istituzioni da elementi di sinistra. Fu istituita quella famosa "Commissione ministeriale" i cui poteri insindacabili allontaneranno dagli uffici pubblici impiegati o dirigenti provvisori con precedenti socialisti o comunisti. Il Famiglietti sarà licenziato dall'Ufficio del Lavoro e reintegrato solo dopo quindici anni in un clima politico migliore.

A questo punto ì ricordi sì interrompono nella loro successione cronologica per lasciare alla memoria lo spazio di soffermarsi su figure di amici o conoscenti che emergono dalla massa indistinta di coloro che partecipavano ai riti religiosi che il Nostro accompagnava con la sua musica: musicisti, oratori sacri, monsignori, vescovi o semplicemente i "signori" che lo ospitavano dopo la funzione religiosa, come era d'uso.

Corona, dunque, queste memorie una ricca serie di episodi legati all'attività professionale dei Famiglietti che lo stesso racconta con l'espresso intento di far conoscere "i costumi del suo tempo" quando nelle zone povere delle province interne del Meridione "regnava l'analfabetismo in larga misura e la massima parte della popolazione artigiana ed agricola viveva tra l'ingenuità e la rassegnazione ricca solo di una fede incrollabile". Episodi che dipingono momenti di vita provinciale e paesana fatta di semplici cose che permettono il pulsare di quella vita. E questa è permeata tutta di quella "fede incrollabile" che raggiunge nell'atto ultimo della vita, la morte, al suo acme fino al punto che il fedele vede nel suo funerale il suggello della propria esistenza quasi un obbligato passaggio di frontiera.

Veniamo a contatto di quel grosso fenomeno antropologico culturale che furono le feste religiose, sia nei loro momenti liturgici che nelle manifestazioni in piazza. Siamo in un tempo in cui queste sono ancora la specifica manifestazione della religiosità popolare fatta di superstizioso abbandono fideistico alla divinità che domina ed è preposta alla vita del singolo e della comunità - ma rappresentano pure un momento importante come occasione inglobante esigenze civili e commerciali, e soprattutto psicologiche per dimenticare, in un giro tra le vie addobbate, tra le note del complesso bandistico o nello scoppiettante tributo dei fuochi pirotecnici, i problemi e i momenti tristi che la vita non lesina a nessuno.

E la chiesa era il fulcro intorno al quale ruotava non solo l'intera vita dì ognuno ma quella della cittadina tutta. Qui il Famiglietti accompagnava con la musica momenti di vita, di gioia o di tristezza, ma essenziali e come tali carichi di quella forza coagulante che ingloba in sé tutti gli elementi che vi prendono parte. Per questo motivo egli diveniva di ogni comunità o famiglia parte della stessa solidità affettiva. E una tale esperienza è un privilegio che non capita a molti.

 

 

 

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Da A. A. Famiglietti, I miei ricordi, Solofra, 1989.

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