SOLOFRA
NEL CINQUECENTO
Vita economica
*
Attività mercantile e finanziaria
La vita economica solofrana all'inizio del
XVI secolo si articolava intorno alla mercatura, non solo perché questa
era l'attività più importante in un ambiente produttivo ma perché era legata
all'attività finanziaria. Infatti il mercante era
anche il finanziatore del commercio.
La compravendita avveniva attraverso un particolare rapporto
tra due soggetti un mercante-finanziatore che forniva
la merce e un mercante-imprenditore che si impegnava per la sua vendita e per
la restituzione del danaro corrispondente al valore della merce compreso il
guadagno. L'affare avveniva attraverso un vero e proprio patto societario tra
le due persone che terminava quando veniva restituito
il denaro. Doveva perciò essere registrato in un atto legale che veniva stipulato da un notaio il quale aveva il suo ufficio
nella zona del commercio. A Solofra in questo periodo c'erano ben quattro notai
privati più uno civico che svolgevano questo compito.
Un altro tipo di rapporto mercantile era costituito da una società
più duratura tra due o più contraenti, che si impegnavano
ciascuno con la propria competenza e ponendo una determinata somma. In questo
patto veniva indicato il denaro versato "ad usum bone mercantie"
e chi lo usava, venivano descritti i ruoli svolti da ognuno, le modalità per la
restituzione del capitale e per la divisione del guadagno in parti che
dipendevano dal ruolo delle persone impegnate nell'affare, veniva prescritto il
divieto di fare sleale concorrenza o affari fuori la società, l'obbligo di
tenere i conti e di investire il guadagno in nuove mercanzie, veniva
raccomandato di non fare debiti se non con persone facoltose, si richiamavano
alcune regole come la partecipazione diretta e personale al
"mercimonio", l'obbligo di svolgere ogni cosa con diligenza; veniva
richiamato il rapporto di fiducia personale; si indicava la possibilità di
assumere garzoni, di usare cavalli o altri animali da soma.
Un altro tipo di società era quella che univa l'artigiano
all'operaio, il quale poteva impegnare una parte del suo guadagno ed anche il
lavoro nell'impresa del padrone di cui usava gli attrezzi. Infine c'era la
società per la riscossione dei tributi infatti questi
erano anticipati all'Universitas da alcune persone
che poi raccoglievano in proprio le entrate.
Tutte le attività economiche si basavano molto sulla cooperazione
tra le persone e su una vita comunitaria abbastanza solidale cosa era resa
possibile dal fatto che sia le attività artigianali
che quelle mercantili e finanziarie avvenivano tra persone legate da rapporti
familiari più o meno ampi. Inoltre le persone non svolgevano sempre lo stesso
ruolo: chi dava la merce-capitale era anche chi la produceva e poteva in un
altro affare essere colui che la riceveva.
Tra queste persone poi prevalse la figura di colui
che finanziava l'attività mercantile che era in posizione favorevole,
poiché il suo guadagno era sempre assicurato mentre il mercante-imprenditore
correva tutto il rischio della mercatura ("risico, periculo
et fortuna"). E fu
costui che divenne solo finanziatore e fu al centro della vita economica
solofrana. Si formò così il ceto dirigente costituito da alcune famiglie
facoltose che a dominavano l'economia locale e soprattutto la finanza pubblica
perché in grado di anticipare il denaro dei tributi guadagnando sulla loro
riscossione e quindi controllando la gestione della Universitas che in effetti era un grosso affare economico.
L'attività finanziaria si basava essenzialmente
sul credito il quale doveva essere assicurato da un pegno che veniva dato al creditore come garanzia fino all'estinzione
del debito. Il pegno era un bene e cioè una casa, un
terreno, ma anche un cortile, un cellaro, e
poi selve, vigne, botteghe. Il bene impegnato era usato dal creditore
(godimento dei frutti o il suo fitto) e costituiva l'interesse (chiamato
"giusto guadagno"). In questo modo si evitava di parlare di interesse che era a quel tempo vietato.
Per tutto questo e poiché l'attività mercantile era il cuore della
vita economica solofrana si comprende come fosse
importante a Solofra l'esistenza della piccola proprietà come il patrimonio
familiare fosse coinvolto nell'attività mercantile e fosse una sua parte
integrante. Esso permetteva il commercio e l'attività produttiva ma correva
anche i rischi mercantili poiché se non si poteva restituire il debito si
perdeva il bene impegnato. Per questo motivo c'era un rigido sistema di
trasmissione dei beni che ruotavano intorno agli uomini, perciò ogni attività
economica solofrana poggiava sull'intera famiglia, la quale diventava essa
stessa impresa, perciò era importante la continuità della famiglia, il fatto che
il patrimonio non venisse diviso, perciò c'erano varie
protezioni a sua difesa. C'erano persone a tutela dei minori e delle donne,
curatori testamentari, gestori patrimoniali, perciò i testamenti spesso venivano fatti in occasione di operazioni finanziarie ed
erano corretti o cancellati al termine, perciò frequenti erano le divisioni dei
beni, poiché l'impegno mercantile cadeva solo sulla parte che spettava a chi si
poneva nel negozio.
Questa logica finanziario-mercantile
determinava anche i limiti di eredità delle donne e
regolava tutta l'ampia materia ereditaria femminile, toccava i contratti
matrimoniali, che erano veri e propri atti economici dove la dote era un
trasferimento di denaro che lo sposo doveva "impegnare bene" e
"far fruttare" nell'impresa-famiglia a cui la donna partecipava. Il
matrimonio era un ampliamento di tale impresa, non solo per i beni che la donna
portava, ma anche per le alleanze che permetteva coll'allargarsi del raggio d'azione commerciale. La logica
dei matrimoni era dettata da una sottilissima e stretta rete di convenienze e
necessità oggi incomprensibile, ma che faceva parte integrante e perfettamente
interagente con questo sistema economico.
Circa la funzione della donna in esso
c'è da dire che essa poteva disporre della dote quando c'era una giusta causa,
vendere un bene col consenso del marito o, in mancanza, dei figli, partecipare
alla formazione della dote delle figlie, rispettando il criterio di salvaguardare
i beni dotali. Essa inoltre poteva amministrare i beni dei figli alla morte del
marito, solo se o fino a quando non si risposava. Anche
per i minori emergono regole tutte tese alla protezione del patrimonio,
amministrato rispettando il loro mantenimento e l'educazione adatta allo stato.
Di questa stessa logica faceva parte l'istituto
della emancipazione che dipendeva dal fatto che i figli erano sottoposti
alla tutela del padre (patria potestas) fino a quando
questi non moriva. Quando questi voleva staccarsi dalla impresa
familiare ed iniziare da solo la mercatura, il padre per salvaguardare il
patrimonio e per permettergli l'autonoma attività mercantile gli assegnava una
rendita non il distacco della sua parte del patrimonio, e dichiarava che il
figlio era " sapiente, discreto e capace a reggersi da sé, a negoziare e
trafficare", dopo di che non rispondeva dei debiti da lui fatti.
Data la fisionomia di questo sistema finanziario era facile che si instaurassero forme di usura - quando per esempio
una vendita era conclusa per un prezzo inferiore al valore effettivo - poiché
il limite tra l'usura e il "lecito guadagno" non era chiaramente
definibile. Bisogna anche considerare che il secondo soggetto della
contrattazione, l'imprenditore, per il suo guadagno ("lucro") doveva fare i conti con le fluttuazioni del mercato, che
allora erano legate ad ogni singolo mercato e che facevano sì che fosse lui a
correre il maggior rischio.
Ed erano possibili varie forme di
speculazioni. Nei contratti di compravendita per esempio si stabiliva con
precisione il denaro impegnato ma non la quantità di
merce che era indicata col termine generico di certa quantitatis.
Qui si nascondeva sia il sicuro guadagno dell'uno che quello più incerto
dell'altro, ma anche la possibilità altre speculazioni. Il creditore ancora
poteva pretendere forme di interesse nascoste come
l'uso di qualche bene o i frutti di qualche fondo, poteva anche valersi della
clausola finale che diceva che l'atto era scaduto se il capitale veniva
versato, altrimenti il debitore era tassato del doppio della somma non pagata
o, se c'era il pegno, diveniva proprietario dello stesso, oppure poteva
pretendere un supplemento. Ma l'usura si insinuava in
ogni atto dove c'era un prestito, poiché non c'era la possibilità di controlli
sicuri, né di porre un freno alle pretese di chi andava oltre il "lecito
guadagno". In questo clima si comprende il grande
valore dell'opera della Chiesa, le cui istituzioni, intervenendo nel prestito,
proteggevano il piccolo credito e davano respiro al commercio.
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VITA SOCIALE
La società solofrana quale emerge
dagli atti notarili dell'inizio del XVI secolo era legata alle attività
economiche prevalenti - produttive e finanziarie - dove il possesso fondiario
era funzionale sia alla produzione che alle attività finanziarie. In essa si può distinguere un ampio ceto che forma un unico
nucleo con caratterizzazioni ben precise.
Questa società si era irrobustita nei momenti più vivi del XIV secolo ed si era arricchita con un quasi continuo trasferimento
immigratorio dalle zone ove giungeva il suo commercio. Era costituita da
una parte emergente e da una minore che però non era in opposizione alla prima
perché l'accesso ad essa non le era precluso. Infatti il processo di emancipazione sociale era determinato
dalla ricchezza, che creava il vero discrimine nella
scala sociale solofrana a cui tutti potevano accedere attraverso le attività
artigianali e mercantili. Inoltre gli stadi dell'ascesa sociale erano ben
visibili, mediante alcuni parametri (avere un sacerdote nella famiglia o un
notaio o un giudice acquistare una cappellania) e ciò dava sicurezza ed eliminava
perniciosi contrasti di classe.
La parte alta di questa comunità aveva un vasto campo d'azione
perché contemporaneamente esercitava commercio, artigianato e finanze, o
agricoltura e pastorizia, ma soprattutto trovava libero gioco della sua
affermazione nel reggimento della Universitas,
per le caratteristiche della sua gestione, che era prettamente economica e
tributaria. Attraverso questa via si era andata formando l'egemonia di alcune famiglie, una sorta di ceto medio dirigente, un
patriziato locale, favorito dalla necessità di poggiare sulla consistenza
economica i rischi della gestione del potere, e che permise la presa di
possesso di alcune cariche che passavano di famiglia in famiglia, tutte legate
da un'accorta politica matrimoniale.
Il segno che indicava l'appartenenza alla parte più alta di questa comunità era l'accesso allo stato ecclesiale e a
quello curiale che era determinato dall'avere in seno alla famiglia un notaio,
un doctor utriusque
juris o, più facilmente, un membro dello stato
clericale. Su un piano elettivo minore si trovava chi era detto
"letterato", che cioè aveva dimestichezza
con la scrittura e il far di conto, perché in una società mercantile era
diffuso e necessario l'uso di queste conoscenze di base e il "fisico"
che non godeva ancora di particolare distinzione.
Chi entrava nel clero godeva di
prerogative e distinzioni soprattutto sociali, aveva raggiunto cioè uno status
economico, legato alla gestione delle cappellanie. Il sacerdote spesso faceva
da centro-guida del suo nucleo familiare: consigliava, proteggeva, dirimeva le
questioni, come un legale. Appartenere a questo ceto a Solofra significò subito
molto, per le caratteristiche che in loco acquistò la
istituzione ecclesiale che era a sostegno delle attività economiche. Qui s'era
creata una non meno importante tradizione monastica intorno a S. Agostino, sia
all'indomani della sua istituzione, quando il monastero fu,
attraverso S. Maria di Alto Spirito, sotto la gestione di Montevergine,
sia quando entrò nell'egida del monastero di S. Agostino di Napoli.
L'espansione delle attività economico-commerciali solofrane e le
sue stesse esigenze pratiche determinarono l'altro
indirizzo, quello notarile. L'attività notarile si sviluppò per il grande valore che avevano acquisito alcune cariche della
corte - del mastrogiurato e dei giudici - ,
caricandosi di un forte significato perché con essa la legalità entrava nella
comunità, e configurandosi come un punto fermo nella precarietà dei tempi e
persino garante e custode delle consuetudini soprattutto quelle non scritte,
poiché ogni atto notarile era stipulato esplicitamente nel loro rispetto. Il
fatto che nei luoghi mercantili più notai presiedessero alle attività
commerciali li pose al centro di tutti i rapporti finanziari, rendendoli persone
estremamente influenti e i loro uffici molto
frequentati. Per questo motivo la figura del notaio, nelle
località mercantili era di grande spessore.
Il ceto notarile solofrano acquistò valore perché la figura
del notaio, apparendo come persona di fiducia della intera
comunità, permetteva di non perdersi nei meandri della mercatura. L'attività di
compravendita avveniva infatti attraverso un atto
notarile di particolare importanza, perché consentiva la stessa attività
mercantile che si poggiava soprattutto sul credito e perché dava sicurezza al
mercante, che affidava la merce ad un collega o si legava a lui in un rapporto
societario su cui si basava gran parte del commercio locale. Molte erano le
transazioni notarili di carattere commerciale che regolavano la vita economica
locale.
Il notaio, che era eletto dalla Universitas con approvazione della Regia Curia e doveva
essere dottore, di buona fede e reputazione, a Solofra fu un individuo che
faceva parte del ceto produttivo locale, non era quindi estraneo allo spirito
imprenditoriale e commerciale. All'inizio ci furono notai non locali che si
trasferirono ed operarono a Solofra - si è nella seconda metà del XIV secolo - perché allora molti atti richiedevano un
notaio forestiere, poi l'attività notarile si consolidò seguendo lo sviluppo
dell'attività mercantile infatti diversi sono i notai solofrani che si possono
individuare nel secolo precedente (XV), alla fine del quale questo ceto
appariva già forte di una sostanziosa tradizione. I notai solofrani, che operavano
all'inizio del XVI secolo - contemporaneamente quattro
oltre a quello regio, come prevedeva la riforma ferrantina
- facevano parte di famiglie che si profilavano bene all'interno del ceto
locale, di quell'ambito che dominava la vita pubblica
attraverso l'esercizio dei pubblici uffici e la gestione dell'Universitas, che era insomma al vertice della economia.
Il ceto notarile solofrano però non era
una consorteria né un gruppo chiuso solo più avanti l'attività diverrà una
tradizione familiare, una specie di feudalizzazione
dell'ufficio ma in questo si entra nelle modalità comportamentali dell'epoca.
Tuttavia considerando i notai del secolo precedente si può già individuare una
costante notarile in talune famiglia solofrane. Da
questo ceto emergerà quello togato, che sarà un nerbo importante della
compagine solofrana nel mantenere i rapporti con la capitale e sostenervi il
trasferimento degli interessi economici locali.
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COMPORTAMENTI
DELLA SOCIETÀ ARTIGIANO-MERCANTILE SOLOFRANA
Un comportamento importante della società solofrana fu il trasferimento
nella capitale del Regno determinato dal fatto che la cittadinanza
napoletana permetteva il godimento di privilegi economici. Questa modalità
iniziò con i Fasano fin dal Trecento che si trasferirono
a Napoli da Salerno dietro Carlo II d'Angiò e che
procurarono i privilegi economici all'intera comunità. L'esodo verso la
capitale fu quindi un aspetto importante della economia
solofrana e quasi una continua emigrazione - mercantile e curiale - e nel XVI
secolo è ben consolidato ed è un'emanazione della famiglia solofrana con la
quale manteneva solidi legami, sostenuta dalla solidarietà familiare. Il
trasferimento nella grande capitale non fu mai
staccato dall'istanza economica: soggetti di questo rapporto furono proprio le
famiglie che trasferirono nella grande capitale economica del regno alcuni loro
membri usufruendo dei privilegi per il commercio e per le stesse attività
artigianali goduti dai residenti.
Un esempio di ciò è l'evoluzione
dell'arte del battiloro su cui Napoli
godeva la privativa (jus proibendi) per cui non poteva
essere esercitata che in città ma che potette spostarsi a Solofra come
succursale diremmo oggi dell'attività napoletana. I maggiori battiloro
solofrani, i Maffei o i Guarino, saranno infatti al
centro di questa attività nella capitale.
Interessante è lo studio all'interno della società solofrana di una
dialettica delle alleanze familiari, guidata da motivi economici o dalla
politica di dominio nel casale o di conquista di altri
casali. In ogni casale dominavano una o più famiglie in genere legate da
rapporti familiari che li rendevano forti e il trasferimento ad un altro casale
avveniva attraverso un'alleanza familiare. Il nuovo ceppo spesso subiva una
trasformazione nominale quasi acquistava un segno distintivo del trasferimento
oppure faceva diramare dal ceppo principale alcuni rami che si renderanno
autonomi,
Ancora le alleanze familiari determinavano lo sviluppo dell'attività
artigianale della concia che avveniva
in concerie possedute da più famiglie legate tra loro
Un'ultima caratteristica di questa società è il
fatto che essa non fu incolta, sia per la necessità della scrittura
commerciale, che per la pratica mercantile e del fondaco, che richiedevano
libri di mercatura. Ogni azienda aveva dei libri contabili, che registravano
gli introiti e i prelievi, il ritiro di una somma da parte di un socio, la
spesa per un viaggio, ma anche semplicemente la dislocazione delle pelli nelle
varie fosse, visto che vi dovevano rimanere molto
tempo e data la precarietà dell'esistenza. Siccome non c'era un obbligo preciso
per questi libri, ve ne erano di vari tipi. Nei
testamenti si citano tali libri specie in relazione al
dare e all'avere (recoglienze), o nei
contratti societari, che, nella ripartizione degli incarichi, esplicitamente
definiscono chi tiene l'onere dei libri.
L'esigenza di apprendere i primi rudimenti del sapere, che non è
solo al servizio della parte alta di questa società, è soddisfatta sia dalle
immancabili scuole private - ne è documentata una -
che, cosa eminentemente significativa, da una vera e propria scuola al
servizio di quella parte della comunità che ne aveva bisogno, ne faceva uso e
la gestiva. Questo tipo di scuola solofrana appare una vera e propria
istituzione con delle regole, un programma, una durata, che dovevano essere
rispettati, con un docente obbligato da una convenzione, ed aveva
naturalmente un costo da ripartire tra gli studenti i quali a loro volta erano
sottoposti a dei precisi obblighi.
In più, la provenienza
dell'insegnante, che prestava la sua opera a Solofra, Padova, fa arguire che la
sua scelta fosse dettata anche da motivazioni culturali, visto che la città
veneta era un importante centro del razionalismo aristotelico, studi diffusi
anche a Salerno, che ne fu un vivace centro tanto da alimentare uno scontro tra
due correnti: quella che si legava al tradizionalismo medioevale e quello che
invece volgeva verso un'indagine interpretativa dei grandi maestri
dell'antichità.
Non è quindi da sottovalutare l'influsso che in questa diatriba potette portare
l'insegnante padovano se si considera che il cinquecento solofrano espresse
proprio un filosofo aristotelico, Camillo
Maffei, appartenente ad una delle
famiglie più in vista della società locale e che ebbe rapporti col centro
padovano. A parte le esigenze dell'ambiente mercantile,
Solofra dunque risentì, attraverso gli studenti che accedevano allo studio di
Salerno, del risveglio culturale sostenuto dagli aragonesi.
C'erano però in loco altri momenti di apprendimento:
quello che avveniva nelle botteghe a favore dell'apprendista, come dimostrano
alcuni contratti di lavoro (submissio), e quello legato alle Confraternite, che
consentivano di acquisire una cultura comune all'interno della organizzazione,
visto che avevano, come si presume avvenisse anche a Solofra per le sue due
Confraternite esistenti - di S. Maria delle Grazie e di S. Croce - momenti di
gestione del tempo festivo.
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LE ZONE DI
ORIGINE DELLA SOCIETÀ SOLOFRANA
Il nucleo abitativo più importante nella conca di Solofra furono le
pendici del Pergola S. Marco quindi gli
apporti da Serino e da Montoro furono fisiologici anche perché il sito fece
parte sia dell'uno che dell'altro centro più grande.
Altri luoghi furono le aree mercantili della costiera amalfitana e soprattutto di Salerno dove si
trasferirono le attività artigiane chiuse nella curtis quando la
città si aprì al commercio della ricca Repubblica di Amalfi (il trasferimento
delle attività artigianali dalla campagna nei centri mercantili fu una modalità
dell'altomedioevo) e poi la zona produttiva di Giffoni
da cui provennero diverse famiglie e con le cui attività legate
all'industria armentizia Solofra ebbe stretti legami
commerciali.
Il Cilento fu un'altra zona dove attinse la società
solofrana fin dal periodo
normanno con apporti che si protrassero
in seguito alla distruzione di Fasanella ad opera di Manfredi e poi della guerra del Vespro e che
determinarono il toponimo celentane.
La società solofrana fu interessata da un
continuo movimento migratorio legato alle attività mercantili aprendosi
alle aree più attive del mezzogiorno. Importante fu il bacino della Puglia
dove elettivo fu il rapporto con i ragusei,
fecondo fu il travaso dal Principato Ultra, specie dalle sue zone
pastorali e dai suoi centri mercantili, né fu esente dagli apporti che venivano
dalle aree esterne, prima di tutto quella toscana.
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Le famiglie
solofrane all’inizio del XVI secolo
I due eventi solofrani dell'inizio del cinquecento - la stesura
del secondo corpo statuario e la costruzione della Collegiata - permettono
di individuare le famiglie del grande ceto
artigiano-mercantile locale. Coloro che attesero alla stesura degli Statuti erano infatti i rappresentati di tutta la
comunità, sia nella geografia dei casali che in quella delle famiglie,
soprattutto di quei ceppi autori dei capitoli che subivano la definitiva
sistemazione. Anche i membri del Collegio canonicale
della Collegiata sono una parte importante della comunità per le
caratteristiche del tempio solofrano, a cui si devono aggiungere i
rappresentanti dei casali che nominarono gli amministratori del monastero di S. Agostino, quelli
delle famiglie su cui cadde il censo feudale di Ercole
Zurlo e i contraenti
degli atti notarili appartenenti al settore produttivo. Si ha pertanto una
fonte sostanziosa che permette di tracciare il profilo delle famiglie solofrane,
alla fine del periodo studiato, per lo meno della parte emergente di esse.
La famiglia in assoluto più numerosa e più ampiamente distribuita sul territorio fu i Guarino
I fondi di Cava che i solofrani possedevano
nel XVI secolo
Da
M. De Maio, Solofra nel Mezzogiorno angioino-aragonese,
Solofra, 2000.
Argomenti
di storia di Solofra