Le sfortune di Solofra

 

Gli errori e le superficialità di Carmine Tavarone

 

nello studio

 

L’organo, il pulpito, i portoni in Restauri a Solofra. La Collegiata di San Michele. Soprintendenza per i beni ambientali architettonici artistici e storici di Salerno ed Avellino, De Luca Editore, Roma, 1987.

 

 

 

Gli errori degli storici dell’arte nell’analizzare le opere solofrane dipendono dal fatto che questi studiosi non conoscono affatto la storia del paese, specie quella del Cinquecento.

 

Non si può analizzare un’opera, anche storicamente, senza conoscere la storia del luogo, dove questa opera è stata prodotta.

 

Tutto questo nasce dal disprezzo per la storia locale che è in parte motivato per il discredito in cui la fanno cadere coloro che trattano questo tipo di storia senza averne gli strumenti.

 

Alla storia locale si deve attingere tenendo presente la qualità dello storico e cosa egli può dare. Soprattutto si deve tenere presente il documento che egli fornisce e come questo è letto.

 

Uno studioso dell’arte non può disdegnare la storia locale.

 

 

 

 

Lo studio del Tavarone è condotto senza la consultazione dei documenti.

 

 

Le fonti del Tavarone

 

L. Giustiniani (Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli , Napoli, 1805) riporta come vere solo delle ipotesi.

Vedi gli errori di Lorenzo Giustiniani

 

G. Didonato (Solofra nella tradizione e nella storia, Montoro, 1914), storico locale, non attinge a documenti ed è attendibile solo per i dati, di cui ha diretta esperienza (cioè come testimone).

 

Vedi come si deve leggere il Didonato

 

M. Monti (Zecche, monete e legislazione monetaria angioina, Napoli, 1928). Il documento riportato dal Monti di quattro operai solofrani che lavoravano all’inizio del XV secolo alla zecca napoletana non deve essere inteso nel modo fatto dal Tavarone.

 

Vedi cosa fu il battiloro solofrano

 

A. Perriccioli (L’arte del legno in Irpinia dal XVI al XVIII secolo, Napoli, 1975) fa molti errori.

 

Vedi gli errori della Perriccioli

 

Mario Rotili (L’arte del Cinquecento nel Regno di Napoli, Napoli, 1976). Il Rotili afferma che le opere solofrane sono una produzione partecipe della cultura manieristica partenopea. La storia di Solofra dimostra vera questa affermazione. Il Tavarone non ci crede.

 

 

Affermazioni errate o superficiali del Tavarone:

 

[La Perriccioli] “stranamente esclude l’esistenza di una bottega o di botteghe di maestri intagliatori locali, insistendo sul ruolo di guida di artisti napoletani” (p. 73).

L’affermazione della Perriccioli qui è corretta poiché a Solofra non c’erano botteghe di maestri intagliatori, mentre ci fu il ruolo guida di maestri napoletani.

 

“L’arte di trasformare l’oro in lamine sottilissime, […] era dunque una delle attività cardine dell’economia solofrana” (p. 73). Affermazione non vera per il Cinquecento.

 

Vedi cosa fu il Cinquecento solofrano

 

“La possibile esistenza di botteghe di intagliatori locali è da mettere pertanto in relazione con lo sviluppo con quelle del battiloro che garantivano un’eccellente qualità, oltre che costi di assoluta concorrenza del prezioso materiale…”  A Solofra non esistevano botteghe di intagliatori e non erano legate a quelle del battiloro. Questa arte si svolgeva nella forma dell’oropelle (doratura della pelle per scarpe, rilegature, finimenti vari), usava per lo più l’argento ed era legato strettamente a Napoli che aveva la privativa dell’arte. I solofrani potettero esercitarla a Solofra, a partire dalla prima metà del Cinquecento, perchè ebbero casa e residenza nella capitale. Ciò dette loro la possibilità di usufruire delle prerogative permesse agli abitanti di Napoli.

 

Vedi il rapporto Solofra-Napoli

 

L’unione dell’intaglio in legno e della sua doratura avvenne in seno alla famiglia Vigilante tra Solofra e Napoli. Troiano Vigilante fu doratore a Solofra e a Napoli. Giovanni Battista Vigilante fu intagliatore a Napoli nella bottega del Tortelli. A questa famiglia apparteneva Tommaso Guarini per aver sposato Giulia Vigilante.

 

Vedi chi è

 

Troiano Vigilante

e

Giovan Battista Vigilante

 

La famiglia di Giulia Vigilante madre di Francesco Guarini

 

 

La bottega di Tommaso fu la trasformazione di quella del padre Felice tra la fine del Cinquecento all’inizio del Seicento quando accolse anche l’intaglio in legno. Questa trasformazione fu legata alla costruzione della Collegiata.

 

 

Vedi cosa fu la bottega di Tommaso Guarini

 

 

Ed è perciò ipotizzabile che alcuni di questi artigiani [solofrani] […] furono chiamati ad eseguire gli arredi lignei della Collegiata” (p. 73).

Gli unici artigiani solofrani che lavorarono agli “Arredi lignei” della Collegiata furono Gian Tommaso Guarini, autore del cassettonato e suo figlio Antonio (“pittore e scultore, più scultore che pittore”). Invece troviamo a Solofra Antonio Sclavo o Scano e gli artigiani della sua bottega, nonché Bernardo Lama che a Napoli aveva anche una bottega di intaglio.

 

Vedi le opere dello Sclavo

 

Tommaso in calce alla sua opera si firma “pinsit et sculpper cui, “indirettamente, conferma  l’esistenza, sul territorio solofrano, di avviate botteghe di intagliatori”. La deduzione del Tavarone è completamente errata. Anzi la sottolineatura dell’artista accanto alla firma può significare esattamente il contrario, e cioè che egli, conosciuto come pittore, in questa opera ne è anche scultore.

 

 

Tra di esse [le tante botteghe solofrane] fu attivissima quella dei Guarino: vi lavorava Gian Tommaso e vi apprendevano l’arte i suoi figli, in particolare Francesco, prima di recarsi a Napoli. La dirigeva il padre Felice…”

La bottega di Tommaso cominciò a lavorare il legno all’inizio del secolo quando il padre Felice era già morto. Dei figli di Tommaso fu scultore in legno solo Antonio (1620-1656) che non potette lavorare al cassettonato della navata centrale che iniziò nel 1614 e terminò nel 1624, invece lavorò al cassettonato del Transetto dove Francesco fece solo le tele, a quello di S. Agata e a quello della chiesa dello Spirito Santo. Gli altri figli maschi di Tommaso, Sabato (1609-1656) fu dottore fisico, Michelangelo morì a 10 anni nel 1613, Giuseppe fu solo pittore.

 

Vedi chi è Giuseppe Guarini

 

 

Il Tavarone corregge la Perriccioli che attribuisce a Tommaso l’intaglio dell’organo poiché non sostenibile con i tempi biologici (vita di Tommaso 1573-1637 contro l’opera dell’organo 1579-1583) è scettico anche sulla paternità che la tradizione, assunta dalla Per riccioli, l’attribuisce al D’Aste (p. 73). Si mostra convito che ci fu un artista solofrano a lavorare all’organo. Non conosce invece che l’organo e il pulpito è opera dello Sclavo o Scano.

 

Vedi le opere della Collegiata

 

 

Analisi non storica

“L’artista solofrano, che lavorò all’organo, appare suggestionato, più che da un Annibale Caccavello o da un Gian Domenico D’Auria [come dice la Perriccioli] dalla lezione di Giovanni Miriliano da Nola, caposcuola indiscusso di generazioni di intagliatori” .

Dove però la storia può entrare:

Si tenga presente lo stretto rapporto tra Solofra e Napoli dove molte famiglie avevano casa per godere i privilegi che la residenza nella capitale permetteva al loro commercio e che aveva permesso la lavorazione dell’oro a Solofra. Ma si può tenere presente anche il rapporto con Cava e Nola dove si attingevano le maestranze per la costruzione della Collegiata.

 

Non entro nell’analisi artistica dei manufatti che il Tavarone attribuisce al nolano con esiti mediocri ma anche alla bottega del Tortelli dichiarando di non essere d’accordo con l’ipotesi della Perriccioli che, individuando una differenza (da lui non negata) tra l’organo e le altre opere (pulpito e porte) soprattutto le porte, pensa all’intervento di più mani.

 

 

Dai documenti in mio possesso posso senza dubbio affermare che l’ipotesi della Perriccioli è più consona poiché in effetti tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento (le porte terminarono intorno al 1611) ci furono diversi artisti che lavorarono alla Collegiata. Tra questi ci furono i doratori napoletani Pistelli e Rosano che lavorarono al Transetto in collaborazione con Troiano Vigilante che lavorava tra Solofra e Napoli e definitivamente, nel , andrà a dirigere la bottega napoletana di battiloro della sua famiglia Vigilante.

 

*

Un’alleanza in nome di cosa?

 

Come tutti gli storici dell’arte anche Carmine Tavarone adotta la dizione del cognome di Tommaso e Francesco con la i finale.

Anche qui è la non conoscenza della storia di Solofra a determina l’errore.

 

La questione del cognome di Francesco Guarini

 

 

 

 

 

 

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