SVILUPPO STORICO-URBANISTICO DI SOLOFRA
Solofra ha subito, in seguito alla ricostruzione del
post-terremoto, uno sviluppo urbanistico eccezionale, che, proseguendo quello
degli anni settanta, ha permesso alla cittadina di estendersi nella conca
occupandola tutta, segno di un’evoluzione
socio-industriale di grande importanza.
Per far sì che esso sia adeguatamente compreso è necessario che si
abbia la consapevolezza storica di come si è sviluppato questo tessuto urbano
nei secoli, quali furono i primi luoghi abitati, intorno a quali realtà si
evolse la comunità solofrana.
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Il primo insediamento stabile si ebbe in età
sannita, in un luogo, molto
probabilmente al Toro, non lontano dalle tombe sannite di Starza,
dal corso d’acqua (il suo greto era usato da questi pastori come via) e dall’arx di Castelluccia che dominava il passaggio tra la
valle del Sabato e quella dell’Irno.
Su questo insediamento poi si sviluppò
quello romano, quando il territorio della sannita Abellinum,
diventò una colonia romana che si allargò a tutta la zona pianeggiante con le villae rustiche (abitazioni dette curtis) mentre la strada di Castelluccia
si trasformò in via romana (via antica qui badit
ad Sancta Agathe) lungo
la quale sorsero le tabernae fino a Rota (S.
Severino).
Dopo Cristo si impiantò nella zona il
cristianesimo delle origini (Abellinum fu una
delle prime diocesi d’Italia) e il culto di S. Agata che divenne un toponimo,
esteso a tutta la parte pianeggiante.
Con le invasioni barbariche, la distruzione di Abellinum e la conseguente guerra greco-gotica
(535-555) si ebbe l’abbandono della zona pianeggiante ed a Solofra si crearono
due arroccamenti: uno a nord sulle prime falde del monte S. Marco, protetto da Castellucccia, Le Cortine, e l’altro a sud, Cortina
del Cerro, protetto da Chiancarola con
abitazioni, dette cortine, perché simili alle curtis.
Poiché era scomparsa Abellinum,
la conca solofrana divenne tributaria di Salerno da cui affluirono i monaci
bizantini (di qui l’impronta greca della zona) e i preti della sede vescovile,
che ebbero come punto religioso di riferimento di tutta la zona la
"pieve" rurale di Solofra
(nel territorio salernitano ci furono vari centri religiosi di questo tipo) che
sorgeva sulla collinetta lungo la riva destra del fiume (poi Solofrana) da cui
era protetta e dove c’era il culto bizantino a "S. Maria del quindici
agosto".
Con la venuta dei Longobardi (VII secolo) il territorio di Solofra divenne una zona di
confine del grande Ducato di Benevento, dove Castelluccia costituiva una porta sulla pianura non ancora
occupata. Questa zona fu rinforzata una prima volta quando
Arechi I preparò l’occupazione di Salerno, e poi
quando il Ducato di Benevento fu diviso in due parti, per cui si ebbe la
trasformazione del Pergola-S. Marco in un grande complesso difensivo sulla
via di Castelluccia soprattutto perché il territorio
di Montoro-Serino era diventato un delicato distretto di confine dei due
Principati. Di questo faceva parte il castello di Serino, sul versante
settentrionale, la fortificazione di Solofra (fu un rinforzo del
castello di Serino), su quello meridionale, e il castello di Montoro. La conca,
che faceva parte del gastaldato longobardo di Rota (rotense finibus), ebbe due territori abitativi, quello di
Solofra e quello di S. Agata divisi dal vallone Cantarelle,
il primo molto più ristretto del secondo che occupava tutta la zona
pianeggiante e il versante sud del Pergola-S. Marco.
Per quanto riguarda Solofra, definita in questo periodo "locum" (un centro con caratteristiche proprie),
l’insediamento longobardo provocò l’impianto abitativo
della zona Balsami-Sorbo-Turci dove c’erano due ampi
fondi, costantini e castagnano,
mentre a Cortina del cerro c’era il fondo ad cerbitu,
né mancavano zone abitate nella parte bassa. Si può individuare anche un’essenziale
struttura viaria costituita da un asse principale da
sud-ovest a nord-est costeggiando a sud Cortina del cerro e attraversando il
fiume al di sopra della pieve (odierno Toppolo). S. Agata, anch’essa definita locum, aveva nella zona pianeggiante due ampi
territori dati a coltura che occupavano quasi tutti il seno
vallivo, il galdo e il fondo a la selba, quest’ultimo diviso in
due, "selva grande" e "selva piccola" che giungeva fino a
Le cortine.
La "fara" longobarda insediata
nella conca solofrana non annullò il culto precedente a S. Maria del quindici
agosto, vi aggiunse invece quello a S. Michele, di cui
i Longobardi erano diventati fedeli (all’arcangelo fu
attribuita la vittoria di Siponto, l’8 maggio del 625), perciò la pieve ebbe
una doppia intestazione a "S. Maria e al S. Angelo", ma il secondo
culto diventò gradatamente più importante soppiantando col tempo il primo.
Intorno a questa chiesa si creò l’identità della comunità solofrana perché essa non fu solo il centro religioso locale (aveva il
diritto di battezzare e di seppellire i morti) dove tutti i preti delle
campagne si riunivano per le celebrazioni solenni di Natale e Pasqua e delle
feste specifiche della chiesa (il quindici agosto e l’otto maggio), ma fu
centro economico perché permetteva alla comunità di porre sotto la protezione
religiosa i prodotti necessari per la vita e perché aveva campi, selve, luoghi
per le attività essenziali (panificazione, produzione del vino e dell’olio) e
le case per accogliere i forestieri, e fu centro civico, come sede della curia,
il tribunale locale, nucleo della vita comunitaria.
Con la venuta dei Normanni (fine XI secolo) e le devastazioni del guerriero Troisio la via di Castelluccia fu
abbandonata, mentre acquistò rilievo il passo di Turci, protetto dalle due
fortificazioni del Pergola e al quale si accedeva
attraverso una strada detta "salmentaria"
che dalla zona del galdo (Consolazione)
giungeva alla collina del castello, passando dinanzi a questo. In questo
periodo si ampliò la consistenza abitativa sia di Solofra che
di S. Agata, entrambe chiamate vico (una comunità già definita) ed
entrambe poi divenute casali di Serino. Solofra aveva terre dipendenti da Cava
e da Salerno ma anche possedute liberamente (un fondo detto "Sasso"
ed uno "Corneto") con
attività artigiano-mercantili legate all’industria armentizia
e collegate a Salerno, mentre
In questo periodo si ebbe una prima ristrutturazione ecclesiale in
seguito alla quale Solofra e S. Agata entrarono a far parte dell’archipresbiterato di Serino. Solofra vi apparteneva con la
pieve, diventata parrocchia e chiamata solo "S. Angelo" (era caduta
l’intestazione a S. Maria), e con la chiesa di S. Croce, invece S. Agata aveva
la chiesa di S. Andrea (1195), quella di S. Giuliano vecchio (un centro
religioso del casale Toro al di qua del vallone
di Vellizzano, in questo periodo non ancora di
Solofra) e naturalmente la chiesa dedicata alla santa di Catania. Però mentre
S. Agata aveva come punto di riferimento civico la "curia" di Serino
e quella di Montoro, Solofra ne ebbe una propria, in
più aveva la chiesa, unica parrocchia della conca, che proteggeva le attività
artigianali intorno al fiume (l’arcivescovo di Salerno aveva avuto importanti
prerogative economiche nell’uso delle acque dei fiumi che scorrevano nelle sue
terre) dove già c’erano le fosse per la concia (attività esercitata dalle
comunità pastorali) che stava diventando una caratteristica locale. Data questa
realtà più autonoma il casale di Solofra fu staccato due volte dal feudo di
Serino e definitivamente assegnato (metà XIII secolo) a Giordana Tricarico andata sposa ad Arduino
Filangieri.
Con l’avvento degli Angioini (1266) il territorio solofrano subì un vistoso
ampliamento poiché Carlo I permise l’assorbimento di una parte del casale di S.
Agata (la parte alta con la collina del castello e col Toro) a spese di Serino
che determinò anche una ristrutturazione del punto fortificato (il castello
acquistò una più definita struttura), cosa che permise a Solofra di inglobare
molti più territori di quelli stabiliti e cioè gran parte delle zone
pianeggianti. Da questo momento si crearono i due casali di "S. Agata di
sopra o di Solofra" e "S. Agata di sotto o di Serino". Inseguito
alla guerra del Vespro Solofra subì inoltre un travaso di gente, proveniente
dalle zone del Cilento colpite dal conflitto, che andarono ad aggiungersi agli
altri cilentani già insediati precedentemente
e che occuparono la pianura individuata col toponimo celentane.
Nel XIV secolo, in seguito a profondi mutamenti
avvenuti nelle terre dell’episcopio salernitano, si ebbe la trasformazione di
S. Angelo in chiesa "ricettizia" per cui la
chiesa passò alla comunità solofrana (la Universitas), cioè alle famiglie locali
che vi posero cappelle e jus patronali, a cui affidarono
le terre per proteggerle dalla erosione fiscale e che diventarono enti
economici a sostegno delle attività commerciali. Per queste esigenze sorse pure
il convento di S. Agostino (seconda metà del XIV
secolo) ad opera di Francesca Marra (madre del feudatario Filippo Filangieri)
la cui costruzione apportò una ristrutturazione viaria della zona del
commercio, perché dal forum di S. Croce nacque l’impianto di un’altra
via, la via nuova, che scendeva quasi parallela a quella esistente (da
questo momento via vecchia) e che accolse le botteghe di proprietà delle
chiese di S. Croce e di S. Agostino.
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Dalla fine del periodo Angioino e poi
per tutto il periodo aragonese (1434-1503) Solofra, divenuta feudo della
famiglia Zurlo, ebbe un tale sviluppo socio-economico
che la portò ad una vera esplosione urbanistica con ben 15 casali. Ai primitivi
casali del Sorbo e dei Balsami, si aggiunsero quelli
introno al passo di Turci e al vallone di Vellizzano:
Caposolofra, allora un piccolo insediamento verso il passo, Fontane
soprane e Fontane sottane, lungo il vallone e Vicinanzo,
tutti di natura artigiano-mercantile (già c’erano le apoteche
de consaria). Questa zona era collegata, nella
parte alta, con S. Agata di sopra, che aveva territori che giungevano
fin sotto Turci ("santagati a Turci") e,
nella parte bassa, con il Toro diviso in Toro
sottano e Toro soprano. Al di là del
vallone Vellizzano c’era il casale Fratta che
comunicava col casale dei Burrelli lungo la
discesa di S. Angelo. Al centro, il Sortito era diventato un casale, si
era formato quello delle concerie, detto Fiume, e quello della Forna
(dal forno della famiglia Giliberti intorno a cui si formò il casale) lungo la
via che andava ai Balsami. Dall’altra parte del fiume il casale Cortina del
cerro, ora chiamato Casate, si era esteso nella parte bassa e
intorno alla chiesa della Madonna di Costantinopoli (poi XII
Apostoli).
L’antico asse viario si era dunque arricchito di
siti abitativi che costituivano un tessuto complesso ed articolato con un fitto
intrigo di vie pubbliche e vie vicinali che è il chiaro segno di una spinta demografica
che portò il numero dei fuochi a 474 (più di 2500 abitanti). Elemento abitativo
principale era la "corte", un ampliamento dell’antica cortina di cui
conservava gli elementi di base. Punti centrali dei casali erano le chiese, in
genere di jus patronale delle famiglie dominanti in essi, né mancavano vere e proprie cappelle private. Oltre
alle chiese citate c’erano ai Balsami una chiesa dedicata a Maria SS.
Assunta, al Sorbo S. Maria di Loreto e S. Maria delle Selve (poi S.
Francesco), sul passo di Turci,
In questa epoca S. Angelo subì
la trasformazione più significativa con la costruzione del nuovo Tempio, che
non fu un ampliamento del vecchio edificio, ma una riedificazione "a fundamenti" della vecchia chiesa che non rispondeva
più ai parametri della società solofrana e alle sue esigenze. Ci voleva infatti una chiesa che esprimesse meglio ciò che la società
aveva raggiunto, un luogo ove il patriziato locale potesse essere concretamente
rappresentato (
Questo periodo di grande esplosione
economica è coronato da un momento importante quando l’Universitas
si riscattò dal dominio feudale passando al regio demanio e godendo dei
privilegi legati a questo stato. Poi, non sostenuta dalla miope politica
vicereale, tutta questa realtà naufragò e l’Universitas
fu costretta a vendersi agli Orsini, che si insediarono nel feudo in posizione di
sfruttamento e di opposizione alle esigenze della comunità e che dimostrarono
con la costruzione e con la ubicazione del nuovo palazzo (di fronte al tempio
che la comunità stava costruendo) la sua indiscussa preminenza. Fu una sorta di
gara che vide l’Universitas impegnata ad ottenere che
il palazzo fosse costruito in modo da lasciare un decoroso spazio dinanzi alla
chiesa e a sistemare la parte bassa della via nova (il tutto costatò 650 ducati) mentre l’Orsini in posizione di forza gestiva la
costruzione del suo palazzo come si vide quando usò le pietre delle mura di
cinta del castello, smantellate in questa occasione, per il basamento della
nuova dimora (ancora oggi visibili sulla facciata occidentale). Poiché in
genere il feudatario che si insediava in un feudo,
imponeva anche un santo per penetrare, attraverso questa via, nell’acquiescenza
della popolazione, e poiché questo non poteva avvenire per la comunità
solofrana, che aveva già un santo suo di antico impianto, cercarono gli Orsini
di imporre, con la costruzione del convento di Santa Chiara, questo culto
ottenendo la trasformazione in tal senso del nome della vecchia chiesa di S.
Maria delle Grazie che dopo S. Croce e S. Agostino era la più rappresentativa.
Nella piazza Orsini deve dunque vedersi questo
contrasto (segnò tutta la storia vicereale solofrana) che si evidenzia anche in
un significativo mito solofrano (parla di un ponte che la prepotenza
dell’Orsini costruiva dal suo Palazzo alla chiesa e che S. Michele tagliava) e
che ebbe il momento più forte nella lotta tra il feudatario e una parte del
patriziato locale contro il primicerio Sabato Iuliani,
sostenuto dalla maggioranza della popolazione, che fu l’episodio più
significativo del rapporto comunità-feudalità.
In questo periodo però, nonostante gli ostacoli, la società ebbe
modo di crescere anche dal punto di vista culturale, crescita legata alla sua
antica tradizione medica e curiale e al rapporto con Napoli mantenuto dal
patriziato finanziario-mercantile che vi si era
trasferito e che in loco dovette dimostrare anche fisicamente la preminenza economico-culturale con la costruzione dei
palazzi signorili.
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La popolazione nel catasto del 1658 è distribuita in 16 casali: Fontane sottane, un casale già esistente nel XVI secolo e che sarà chiamato Santa Lucia dalla chiesa
ivi esistente. Caposolofra, un casale già esistente nel XVI secolo
e che aveva assorbito quello di Fontane soprane. Vicinanzo, ancora esiste come casale
autonomo. Sorbo, non si divide più in soprano e
sottano. Balsami, ha conservato la nominazione precedente. Forna, rimasto con lo stesso nome. Capopiazza, casale che ha inglobato
l'antica platea e il Sortito. Cupa, casale che comprende l'abitato intorno alla via che dal Toppolo
raggiunge la piazza di S. Agostino. Toppolo, nominazione che nel
XVI secolo si riferiva solo ad una località del casale Fiume di cui ha preso il
nome. Strada
vecchia,
casale che comprende le abitazioni intorno alla via che dalla piazza dinanzi a Santo Agostino giunge in piazza San Rocco. Piedi S. Angelo, casale che comprende le
abitazioni intorno alla via così chiamata perché scende da S. Angelo verso i Volpi e che nel XVI secolo era denominato Burrelli. Volpi, nominazione
che nel secolo precedente si riferiva solamente ad una località e che ora ha
sostituito il casale delle Casate. Fratta, il casale conserva lo stesso nome del secolo precedente. Toro soprano e Toro
sottano, i
due casali conservano la nominazione del secolo
precedente. Sant'Agata, questo casale ha la precisazione "di Solofra" per
distinguerlo da S. Agata di Serino che è la parte bassa dell'abitato intorno al Pergola San Marco e che non appartiene a Solofra.
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A metà Settecento un documento di
grande importanza (il Catasto onciario) permette di delineare
lo sviluppo abitativo e sociale avuto da Solofra nel cinque-seicento.
Il territorio di Solofra risulta diviso in 10 casali costituiti
dall’aggregazione dei nuclei abitativi precedenti divenuti più intensamente
popolati (circa 4000 abitanti).
L’aggregazione più sostanziosa era
avvenuta intorno a Turci dove i suoi quattro casali risultavano inglobati nel
grande casale di Caposolofra (705 abitanti e 119 fuochi con 63
abitazioni di cui 2 palazziate e 25 medio-alte, tutte con giardino, orto e stalla), un casale
commerciale ed artigiano per la sua vicinanza a Turci (aveva un fondaco, 11
concerie e diversi magazzini). In posizione isolata ma appartenente a questo
casale c’era il Monastero di S. Domenico, mentre Turci era definito "luogo di campagna fuori di
questa terra" (inglobato nello Stato di Serino con terreni di proprietà
sia dell’Orsini che del Principe di Avellino, feudatario di Serino) dove
Il casale del Sorbo (299 abitanti e 46 fuochi) giungeva
fino a Capopiazza (la parte alta della piazza) e
attraverso le vie Afflitta (dalla Chiesa di S. Maria degli Afflitti) e Croce dei Cappuccini,
comunicava con Caposolofra (era attraversato dal traffico commerciale che dalla
Platea si dirigeva verso Turci). L’abitato, che aveva 40 unità abitative
di cui metà "palazziate", si configura come
un casale residenziale, che nella parte alta aveva il Monastero di Santa Teresa
e il Convento dei Cappuccini, c’era poi
Il casale Balsami (171 abitanti e 34 fuochi), toccato
dall’alto corso del fiume (lungo il quale c’erano 15 botteghe di conceria) e
comprendente i monti a sud fin quasi a Passatora,
aveva 50 abitazioni di cui metà medio-alte,
numerosi magazzini per il deposito di pelli e lana, una bottega lorda e la
chiesa dell’Ascensione.
Il casale Forna (274 abitanti e 51 fuochi con 60 abitazioni
di cui 1/3 palazziate) si sviluppava lungo l’asse viario (Balsami-zona delle
concerie) costituito da due tronconi (via L. Landolfi
e via Forna) spezzati da uno slargo (piazza del Popolo) in cui sorgeva la
chiesa del casale dedicata a S. Maria del Popolo ed aveva, verso il vallone, 4
concerie.
Un grosso casale era quello denominato Toppolo-Cupa-Capopiazza
(405 abitanti con 73 fuochi) che comprendeva l’ex casale del Fiume (ora
Toppolo con 15 abitazioni), la via di accesso alla
zona di S. Agostino, detta Cupa (ora via Abate Giannattasio) con 41
abitazioni di cui 16 palazziate e 3 sedili, e la
piazza (Capopiazza) con 13 abitazioni tutte palazziate ed un comprensorio di case. Si sviluppava
trasversalmente, da sud a nord (torrente Solofrana-vallone
di S. Domenico), al servizio dell’attività principale della concia e della
mercatura con 34 concerie (di cui 28 al Toppolo-Fiume, 5 alla Cupa ed una a
"le roselle"), 50 botteghe (tutte a Capopiazza, molte erano corpi autonomi appoggiati alle
abitazioni), delle quali 20 appartenenti al monastero di S. Agostino,
Altro casale era S. Angelo e Strada vecchia (473 abitanti
con 100 fuochi), che comprendeva due zone ben distinte. Col termine
"Strada vecchia" (60 abitazioni di cui 20 grandi) si
indicava l’odierna via della Fortuna fino alla Chiesa
di S. Rocco dove c’era verso il fiume una conceria, poi 18 botteghe
(4 di proprietà dell’Orsini) più una "casa della corte" e la via
nuova (via Gregorio Ronca) con 13 botteghe e un sol
"comprensorio" di case, una bottega "vicino al portone di S.
Agostino", altre due in località "alla volta di S. Agostino" e
infine una bottega con camera per scuola. Col termine "S. Angelo" (85
abitazioni, 10 case sottane ed una conceria) si indicava
tutta la via chiamata piè’ S. Angelo
(ora Regina Margherita) con il Convento e chiesa dell’Addolorata.
Il casale Volpi (358 abitanti e 63 fuochi, 80 abitazioni, 3
comprensori di case, 6 magazzini, 1 bottega lorda e 11 concerie) si sviluppava
intorno all’asse viario che cominciando dalla chiesa
dello Spirito Santo giungeva al confine con Montoro (via Michele Napoli-via Dodici Apostoli-via
Consolazione), dove c’era
Il casale Fratta (395 abitanti e 75 fuochi)
andava da S. Angelo al confine con Montoro in un ampio territorio che
comprendeva la zona abitata intorno alle chiese di S.
Giuliano e Misericordia (100 abitazioni di cui 12
comprensori e diverse botteghe) e una zona a coltura con seminativi e masserie
(tra Toro, S. Agata e Montoro).
Il casale Toro (284 abitanti in 49 fuochi, 70 abitazioni di
cui alcune palazziate) si estendeva tra Caposolofra,
S. Andrea, S. Agata e
Il casale di S. Agata di Solofra (ora S. Andrea) verso
ovest giungeva fino al passo di Castelluccia e ad est
fino alla località le vene, ma i confini tra i due casali non erano ben distinti poiché uno stesso territorio era detto appartenente
indifferentemente all’uno e all’altro casale. Aveva abitazioni nella
maggioranza di media grandezza (440 abitanti in 88 fuochi) con molte vigne e
selve, non c’erano concerie mentre molti abitanti
erano trasportatori ("viaticali").
S. Agata di Serino (567 abitanti in 100 fuochi) aveva 6 concerie e la
famiglia più ricca di tutta la zona (6000 ducati impegnati nella mercatura) ed
altre poche famiglie facoltose.
In tutto il tessuto urbano di Solofra abitavano
660 conciapelli in 127 fuochi, 348 battiloro e battargento in 70 fuochi, 579 mercanti in 85 fuochi, 912
bracciali in 188 fuochi, 594 artigiani vari in 113 fuochi, 202 individui
impegnati in attività varie in 38 fuochi, 509 individui che svolgevano attività
liberali e, come si diceva allora "viventi del proprio" in 77 fuochi.
C’erano poi 104 vedove e vergini in 39 fuochi, 44 forestieri abitanti in loco
in 11 fuochi, per un totale di 748 fuochi e 3952
individui.
Il quadro urbanistico, che emerge dal catasto onciario soprattutto
con
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Questa floridezza però subì un arresto in seguito alla Rivoluzione del 1799, dalla quale Solofra
subì i maggiori contraccolpi di carattere economico con la perdita di "500.000
ducati di partite di arrendamenti e fiscali",
"con molti beni assegnati ai Monteverginisti e
alla mensa vescovile di Salerno", con la perdita di molte "fedi di
credito nei Banchi napoletani" e soprattutto dell’arte del battiloro,
divenendo "il paese più miserabile del Regno". Perfino le strade
subirono un pauroso degrado e se prima della rivoluzione l’Universitas
di Solofra nel progetto del rifacimento ed ampliamento della strada, che da
Montoro, passando per Solofra e per Turci, portava ad Atripalda,
aveva impegnato oltre la metà del contributo,
inseguito agli infausti eventi di quella rivoluzione vide abbandonato il
progetto che sarà ripreso solo molto più tardi. Si ebbero solo pochi interventi
nel primo ottocento, invece bisogna arrivare al Regno d’Italia
per vedere in loco una ristrutturazione viaria che arrecò anche dei danni. Siccome la strada, che da Montoro portava a Turci, era
diventata provinciale, dovette subire un ampliamento che portò all’abbattimento
della chiesa di S. Agostino, la cui ubicazione creava una strozzatura
nell’antica platea. Nonostante la fiera opposizione di Giuseppe Maffei
junior, rappresentante locale all’Amministrazione della Provincia di Avellino, non si riuscì a salvare quella che era una
delle chiese più rappresentative della comunità anche perché accoglieva i
monumenti funerari di molte famiglie del patriziato locale, le cui pietre
sepolcrali furono trasferite in S. Domenico.
Nello stesso tempo si definirono i due viali di tigli: quello che
dalla piazza giungeva dinanzi alla chiesa di S. Domenico e l’altro quello che
dal palazzo Ducale Orsini giungeva in località Toro
(via Giuseppe Maffei) e alla ferrovia che Solofra ebbe, sempre per
interessamento del Maffei, dopo una lotta non indifferente perché, date le
difficoltà del traforo del Pergola, se ne era abbandonata la costruzione per
optare per un altro tracciato.
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M. De Maio, Alle
radici di Solofra, Avellino, 1997
Solofra nel Mezzogiorno angioino-aragonese, Solofra, 2000
La storia della toponomastica
solofrana
Per prelievi totali o parziali citare
il sito o le fonti indicate
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