SVILUPPO STORICO-URBANISTICO DI SOLOFRA

 

Solofra ha subito, in seguito alla ricostruzione del post-terremoto, uno sviluppo urbanistico eccezionale, che, proseguendo quello degli anni settanta, ha permesso alla cittadina di estendersi nella conca occupandola tutta, segno di un’evoluzione socio-industriale di grande importanza.

Per far sì che esso sia adeguatamente compreso è necessario che si abbia la consapevolezza storica di come si è sviluppato questo tessuto urbano nei secoli, quali furono i primi luoghi abitati, intorno a quali realtà si evolse la comunità solofrana.

 

 

Il primo insediamento stabile si ebbe in età sannita, in un luogo, molto probabilmente al Toro, non lontano dalle tombe sannite di Starza, dal corso d’acqua (il suo greto era usato da questi pastori come via) e dall’arx di Castelluccia che dominava il passaggio tra la valle del Sabato e quella dell’Irno.

Su questo insediamento poi si sviluppò quello romano, quando il territorio della sannita Abellinum, diventò una colonia romana che si allargò a tutta la zona pianeggiante con le villae rustiche (abitazioni dette curtis) mentre la strada di Castelluccia si trasformò in via romana (via antica qui badit ad Sancta Agathe) lungo la quale sorsero le tabernae fino a Rota (S. Severino).

Dopo Cristo si impiantò nella zona il cristianesimo delle origini (Abellinum fu una delle prime diocesi d’Italia) e il culto di S. Agata che divenne un toponimo, esteso a tutta la parte pianeggiante.

Con le invasioni barbariche, la distruzione di Abellinum e la conseguente guerra greco-gotica (535-555) si ebbe l’abbandono della zona pianeggiante ed a Solofra si crearono due arroccamenti: uno a nord sulle prime falde del monte S. Marco, protetto da Castellucccia, Le Cortine, e l’altro a sud, Cortina del Cerro, protetto da Chiancarola con abitazioni, dette cortine, perché simili alle curtis.

Poiché era scomparsa Abellinum, la conca solofrana divenne tributaria di Salerno da cui affluirono i monaci bizantini (di qui l’impronta greca della zona) e i preti della sede vescovile, che ebbero come punto religioso di riferimento di tutta la zona la "pieve" rurale di Solofra (nel territorio salernitano ci furono vari centri religiosi di questo tipo) che sorgeva sulla collinetta lungo la riva destra del fiume (poi Solofrana) da cui era protetta e dove c’era il culto bizantino a "S. Maria del quindici agosto".

Con la venuta dei Longobardi (VII secolo) il territorio di Solofra divenne una zona di confine del grande Ducato di Benevento, dove Castelluccia costituiva una porta sulla pianura non ancora occupata. Questa zona fu rinforzata una prima volta quando Arechi I preparò l’occupazione di Salerno, e poi quando il Ducato di Benevento fu diviso in due parti, per cui si ebbe la trasformazione del Pergola-S. Marco in un grande complesso difensivo sulla via di Castelluccia soprattutto perché il territorio di Montoro-Serino era diventato un delicato distretto di confine dei due Principati. Di questo faceva parte il castello di Serino, sul versante settentrionale, la fortificazione di Solofra (fu un rinforzo del castello di Serino), su quello meridionale, e il castello di Montoro. La conca, che faceva parte del gastaldato longobardo di Rota (rotense finibus), ebbe due territori abitativi, quello di Solofra e quello di S. Agata divisi dal vallone Cantarelle, il primo molto più ristretto del secondo che occupava tutta la zona pianeggiante e il versante sud del Pergola-S. Marco.

Per quanto riguarda Solofra, definita in questo periodo "locum" (un centro con caratteristiche proprie), l’insediamento longobardo provocò l’impianto abitativo della zona Balsami-Sorbo-Turci dove c’erano due ampi fondi, costantini e castagnano, mentre a Cortina del cerro c’era il fondo ad cerbitu, né mancavano zone abitate nella parte bassa. Si può individuare anche un’essenziale struttura viaria costituita da un asse principale da sud-ovest a nord-est costeggiando a sud Cortina del cerro e attraversando il fiume al di sopra della pieve (odierno Toppolo). S. Agata, anch’essa definita locum, aveva nella zona pianeggiante due ampi territori dati a coltura che occupavano quasi tutti il seno vallivo, il galdo e il fondo a la selba, quest’ultimo diviso in due, "selva grande" e "selva piccola" che giungeva fino a Le cortine.

La "fara" longobarda insediata nella conca solofrana non annullò il culto precedente a S. Maria del quindici agosto, vi aggiunse invece quello a S. Michele, di cui i Longobardi erano diventati fedeli (all’arcangelo fu attribuita la vittoria di Siponto, l’8 maggio del 625), perciò la pieve ebbe una doppia intestazione a "S. Maria e al S. Angelo", ma il secondo culto diventò gradatamente più importante soppiantando col tempo il primo. Intorno a questa chiesa si creò l’identità della comunità solofrana perché essa non fu solo il centro religioso locale (aveva il diritto di battezzare e di seppellire i morti) dove tutti i preti delle campagne si riunivano per le celebrazioni solenni di Natale e Pasqua e delle feste specifiche della chiesa (il quindici agosto e l’otto maggio), ma fu centro economico perché permetteva alla comunità di porre sotto la protezione religiosa i prodotti necessari per la vita e perché aveva campi, selve, luoghi per le attività essenziali (panificazione, produzione del vino e dell’olio) e le case per accogliere i forestieri, e fu centro civico, come sede della curia, il tribunale locale, nucleo della vita comunitaria.

Con la venuta dei Normanni (fine XI secolo) e le devastazioni del guerriero Troisio la via di Castelluccia fu abbandonata, mentre acquistò rilievo il passo di Turci, protetto dalle due fortificazioni del Pergola e al quale si accedeva attraverso una strada detta "salmentaria" che dalla zona del galdo (Consolazione) giungeva alla collina del castello, passando dinanzi a questo. In questo periodo si ampliò la consistenza abitativa sia di Solofra che di S. Agata, entrambe chiamate vico (una comunità già definita) ed entrambe poi divenute casali di Serino. Solofra aveva terre dipendenti da Cava e da Salerno ma anche possedute liberamente (un fondo detto "Sasso" ed uno "Corneto") con attività artigiano-mercantili legate all’industria armentizia e collegate a Salerno, mentre la Chiesa di S. Croce (1121) era un centro commerciale all’incrocio tra la strada che veniva dalla pieve (poi Via vecchia), quella che veniva dalla zona delle concerie (poi "Cupa") e la platea ("piazza"), dove il Sortito (parte bassa del Sorbo) costituiva l’uscita verso Turci. A S. Agata c’erano varie cortine: la "Corte di Fronda", la "Corte Alamanni", la "Corte Garofani", la "Corte Ramanni", la "Corte Marangi" e la "Corte la Sidilia", tutti vigneti con frutteti ed alberi di querce e proprietari anche di Montoro e di Solofra. Castelluccia, che restava una zona di collegamento tra Montoro e Serino ("vadora") mantenuta anche dopo che la parte bassa della via era stata abbandonata, aveva diversi fondi: "Croci" (dove si svolgeva già l’attività artigianale del ferro), "supta ispsa gripta" (con castagni), mentre i fondi "cesina longa" (nocelleto), "a la Selba", "Serroni" o "serra", "carpino", "carrano" e "la balle de la mela" ("melito"), questi ultimi arborati vitati, dimostrano quanto ampio fosse il territorio di S. Agata.

In questo periodo si ebbe una prima ristrutturazione ecclesiale in seguito alla quale Solofra e S. Agata entrarono a far parte dell’archipresbiterato di Serino. Solofra vi apparteneva con la pieve, diventata parrocchia e chiamata solo "S. Angelo" (era caduta l’intestazione a S. Maria), e con la chiesa di S. Croce, invece S. Agata aveva la chiesa di S. Andrea (1195), quella di S. Giuliano vecchio (un centro religioso del casale Toro al di qua del vallone di Vellizzano, in questo periodo non ancora di Solofra) e naturalmente la chiesa dedicata alla santa di Catania. Però mentre S. Agata aveva come punto di riferimento civico la "curia" di Serino e quella di Montoro, Solofra ne ebbe una propria, in più aveva la chiesa, unica parrocchia della conca, che proteggeva le attività artigianali intorno al fiume (l’arcivescovo di Salerno aveva avuto importanti prerogative economiche nell’uso delle acque dei fiumi che scorrevano nelle sue terre) dove già c’erano le fosse per la concia (attività esercitata dalle comunità pastorali) che stava diventando una caratteristica locale. Data questa realtà più autonoma il casale di Solofra fu staccato due volte dal feudo di Serino e definitivamente assegnato (metà XIII secolo) a Giordana Tricarico andata sposa ad Arduino Filangieri.

Con l’avvento degli Angioini (1266) il territorio solofrano subì un vistoso ampliamento poiché Carlo I permise l’assorbimento di una parte del casale di S. Agata (la parte alta con la collina del castello e col Toro) a spese di Serino che determinò anche una ristrutturazione del punto fortificato (il castello acquistò una più definita struttura), cosa che permise a Solofra di inglobare molti più territori di quelli stabiliti e cioè gran parte delle zone pianeggianti. Da questo momento si crearono i due casali di "S. Agata di sopra o di Solofra" e "S. Agata di sotto o di Serino". Inseguito alla guerra del Vespro Solofra subì inoltre un travaso di gente, proveniente dalle zone del Cilento colpite dal conflitto, che andarono ad aggiungersi agli altri cilentani già insediati precedentemente e che occuparono la pianura individuata col toponimo celentane.

Nel XIV secolo, in seguito a profondi mutamenti avvenuti nelle terre dell’episcopio salernitano, si ebbe la trasformazione di S. Angelo in chiesa "ricettizia" per cui la chiesa passò alla comunità solofrana (la Universitas), cioè alle famiglie locali che vi posero cappelle e jus patronali, a cui affidarono le terre per proteggerle dalla erosione fiscale e che diventarono enti economici a sostegno delle attività commerciali. Per queste esigenze sorse pure il convento di S. Agostino (seconda metà del XIV secolo) ad opera di Francesca Marra (madre del feudatario Filippo Filangieri) la cui costruzione apportò una ristrutturazione viaria della zona del commercio, perché dal forum di S. Croce nacque l’impianto di un’altra via, la via nuova, che scendeva quasi parallela a quella esistente (da questo momento via vecchia) e che accolse le botteghe di proprietà delle chiese di S. Croce e di S. Agostino.

 

 

Dalla fine del periodo Angioino e poi per tutto il periodo aragonese (1434-1503) Solofra, divenuta feudo della famiglia Zurlo, ebbe un tale sviluppo socio-economico che la portò ad una vera esplosione urbanistica con ben 15 casali. Ai primitivi casali del Sorbo e dei Balsami, si aggiunsero quelli introno al passo di Turci e al vallone di Vellizzano: Caposolofra, allora un piccolo insediamento verso il passo, Fontane soprane e Fontane sottane, lungo il vallone e Vicinanzo, tutti di natura artigiano-mercantile (già c’erano le apoteche de consaria). Questa zona era collegata, nella parte alta, con S. Agata di sopra, che aveva territori che giungevano fin sotto Turci ("santagati a Turci") e, nella parte bassa, con il Toro diviso in Toro sottano e Toro soprano. Al di là del vallone Vellizzano c’era il casale Fratta che comunicava col casale dei Burrelli lungo la discesa di S. Angelo. Al centro, il Sortito era diventato un casale, si era formato quello delle concerie, detto Fiume, e quello della Forna (dal forno della famiglia Giliberti intorno a cui si formò il casale) lungo la via che andava ai Balsami. Dall’altra parte del fiume il casale Cortina del cerro, ora chiamato Casate, si era esteso nella parte bassa e intorno alla chiesa della Madonna di Costantinopoli (poi XII Apostoli).

L’antico asse viario si era dunque arricchito di siti abitativi che costituivano un tessuto complesso ed articolato con un fitto intrigo di vie pubbliche e vie vicinali che è il chiaro segno di una spinta demografica che portò il numero dei fuochi a 474 (più di 2500 abitanti). Elemento abitativo principale era la "corte", un ampliamento dell’antica cortina di cui conservava gli elementi di base. Punti centrali dei casali erano le chiese, in genere di jus patronale delle famiglie dominanti in essi, né mancavano vere e proprie cappelle private. Oltre alle chiese citate c’erano ai Balsami una chiesa dedicata a Maria SS. Assunta, al Sorbo S. Maria di Loreto e S. Maria delle Selve (poi S. Francesco), sul passo di Turci, la Chiesa di S. Maria della neve, al Vicinanzo, una Cappella dedicata a di S. Maria della Consolazione, alle Fontane sottane la chiesa di S. Lucia, al Toro la chiesa di "S. Nicola alle scanate" (lungo le falde della collina del castello), alla Fratta la nuova chiesa di S. Giuliano. Al casale de li Burrelli apparteneva la chiesa di S. Maria delle Grazie (ora S. Chiara) che sorgeva accanto alla chiesa dell’Angelo, ma in posizione opposta, cioè con la facciata verso nord, ubicazione che si spiega con la necessità per il casale di avere una chiesa propria visto che S. Angelo era diventata chiesa di tutta la comunità. Solo alcune chiese avevano in questo periodo il diritto di sepoltura (S. Croce, S. Agostino, S. Maria delle Grazie, S. Angelo, S. Giuliano, S. Andrea e S. Agata) mentre il cimitero comune era in S. Angelo dove c’erano diverse cappelle gentilizie (S. Bartolomeo, Santi Filippo e Giacomo, S. Lorenzo, di S. Maria ad Nives, Santi Pietro e Paolo, S. Maria del 15 agosto).

In questa epoca S. Angelo subì la trasformazione più significativa con la costruzione del nuovo Tempio, che non fu un ampliamento del vecchio edificio, ma una riedificazione "a fundamenti" della vecchia chiesa che non rispondeva più ai parametri della società solofrana e alle sue esigenze. Ci voleva infatti una chiesa che esprimesse meglio ciò che la società aveva raggiunto, un luogo ove il patriziato locale potesse essere concretamente rappresentato (la Bolla di fondazione vietò ai sacerdoti non solofrani o non oriundi di farne parte), una specie di status simbol della intera comunità e soprattutto un ente che sostenesse i bisogni economico-finanziari della società artigiano-mercantile. Alla costruzione di "corpi de novo" si aggiunse un’ubicazione diversa poiché la nuova chiesa non poteva più rispondere alla logica medioevale.

Questo periodo di grande esplosione economica è coronato da un momento importante quando l’Universitas si riscattò dal dominio feudale passando al regio demanio e godendo dei privilegi legati a questo stato. Poi, non sostenuta dalla miope politica vicereale, tutta questa realtà naufragò e l’Universitas fu costretta a vendersi agli Orsini, che si insediarono nel feudo in posizione di sfruttamento e di opposizione alle esigenze della comunità e che dimostrarono con la costruzione e con la ubicazione del nuovo palazzo (di fronte al tempio che la comunità stava costruendo) la sua indiscussa preminenza. Fu una sorta di gara che vide l’Universitas impegnata ad ottenere che il palazzo fosse costruito in modo da lasciare un decoroso spazio dinanzi alla chiesa e a sistemare la parte bassa della via nova (il tutto costatò 650 ducati) mentre l’Orsini in posizione di forza gestiva la costruzione del suo palazzo come si vide quando usò le pietre delle mura di cinta del castello, smantellate in questa occasione, per il basamento della nuova dimora (ancora oggi visibili sulla facciata occidentale). Poiché in genere il feudatario che si insediava in un feudo, imponeva anche un santo per penetrare, attraverso questa via, nell’acquiescenza della popolazione, e poiché questo non poteva avvenire per la comunità solofrana, che aveva già un santo suo di antico impianto, cercarono gli Orsini di imporre, con la costruzione del convento di Santa Chiara, questo culto ottenendo la trasformazione in tal senso del nome della vecchia chiesa di S. Maria delle Grazie che dopo S. Croce e S. Agostino era la più rappresentativa. Nella piazza Orsini deve dunque vedersi questo contrasto (segnò tutta la storia vicereale solofrana) che si evidenzia anche in un significativo mito solofrano (parla di un ponte che la prepotenza dell’Orsini costruiva dal suo Palazzo alla chiesa e che S. Michele tagliava) e che ebbe il momento più forte nella lotta tra il feudatario e una parte del patriziato locale contro il primicerio Sabato Iuliani, sostenuto dalla maggioranza della popolazione, che fu l’episodio più significativo del rapporto comunità-feudalità.

In questo periodo però, nonostante gli ostacoli, la società ebbe modo di crescere anche dal punto di vista culturale, crescita legata alla sua antica tradizione medica e curiale e al rapporto con Napoli mantenuto dal patriziato finanziario-mercantile che vi si era trasferito e che in loco dovette dimostrare anche fisicamente la preminenza economico-culturale con la costruzione dei palazzi signorili.

 

 

La popolazione nel catasto del 1658 è distribuita in 16 casali: Fontane sottane, un casale già esistente nel XVI secolo e che sarà chiamato Santa Lucia dalla chiesa ivi esistente. Caposolofra, un casale già esistente nel XVI secolo e che aveva assorbito quello di Fontane soprane. Vicinanzo, ancora esiste come casale autonomo. Sorbo, non si divide più in soprano e sottano. Balsami, ha conservato la nominazione precedente. Forna, rimasto con lo stesso nome. Capopiazza, casale che ha inglobato l'antica platea e il Sortito. Cupa, casale che comprende l'abitato intorno alla via che dal Toppolo raggiunge la piazza di S. Agostino. Toppolo, nominazione che nel XVI secolo si riferiva solo ad una località del casale Fiume di cui ha preso il nome. Strada vecchia, casale che comprende le abitazioni intorno alla via che dalla piazza dinanzi a Santo Agostino giunge in piazza San Rocco. Piedi S. Angelo, casale che comprende le abitazioni intorno alla via così chiamata perché scende da S. Angelo verso i Volpi e che nel XVI secolo era denominato Burrelli. Volpi, nominazione che nel secolo precedente si riferiva solamente ad una località e che ora ha sostituito il casale delle Casate. Fratta, il casale conserva lo stesso nome del secolo precedente. Toro soprano e Toro sottano, i due casali conservano la nominazione del secolo precedente. Sant'Agata, questo casale ha la precisazione "di Solofra" per distinguerlo da S. Agata di Serino che è la parte bassa dell'abitato intorno al Pergola San Marco e che non appartiene a Solofra.

 

 

A metà Settecento un documento di grande importanza (il Catasto onciario) permette di delineare lo sviluppo abitativo e sociale avuto da Solofra nel cinque-seicento. Il territorio di Solofra risulta diviso in 10 casali costituiti dall’aggregazione dei nuclei abitativi precedenti divenuti più intensamente popolati (circa 4000 abitanti).

L’aggregazione più sostanziosa era avvenuta intorno a Turci dove i suoi quattro casali risultavano inglobati nel grande casale di Caposolofra (705 abitanti e 119 fuochi con 63 abitazioni di cui 2 palazziate e 25 medio-alte, tutte con giardino, orto e stalla), un casale commerciale ed artigiano per la sua vicinanza a Turci (aveva un fondaco, 11 concerie e diversi magazzini). In posizione isolata ma appartenente a questo casale c’era il Monastero di S. Domenico, mentre Turci era definito "luogo di campagna fuori di questa terra" (inglobato nello Stato di Serino con terreni di proprietà sia dell’Orsini che del Principe di Avellino, feudatario di Serino) dove la Cappella di S. Maria della neve era detta in territorio solofrano con l’abitazione di un "eremita".

Il casale del Sorbo (299 abitanti e 46 fuochi) giungeva fino a Capopiazza (la parte alta della piazza) e attraverso le vie Afflitta (dalla Chiesa di S. Maria degli Afflitti) e Croce dei Cappuccini, comunicava con Caposolofra (era attraversato dal traffico commerciale che dalla Platea si dirigeva verso Turci). L’abitato, che aveva 40 unità abitative di cui metà "palazziate", si configura come un casale residenziale, che nella parte alta aveva il Monastero di Santa Teresa e il Convento dei Cappuccini, c’era poi la Cappella del SS. Crocifisso, né mancavano magazzini e concerie.

Il casale Balsami (171 abitanti e 34 fuochi), toccato dall’alto corso del fiume (lungo il quale c’erano 15 botteghe di conceria) e comprendente i monti a sud fin quasi a Passatora, aveva 50 abitazioni di cui metà medio-alte, numerosi magazzini per il deposito di pelli e lana, una bottega lorda e la chiesa dell’Ascensione.

Il casale Forna (274 abitanti e 51 fuochi con 60 abitazioni di cui 1/3 palazziate) si sviluppava lungo l’asse viario (Balsami-zona delle concerie) costituito da due tronconi (via L. Landolfi e via Forna) spezzati da uno slargo (piazza del Popolo) in cui sorgeva la chiesa del casale dedicata a S. Maria del Popolo ed aveva, verso il vallone, 4 concerie.

Un grosso casale era quello denominato Toppolo-Cupa-Capopiazza (405 abitanti con 73 fuochi) che comprendeva l’ex casale del Fiume (ora Toppolo con 15 abitazioni), la via di accesso alla zona di S. Agostino, detta Cupa (ora via Abate Giannattasio) con 41 abitazioni di cui 16 palazziate e 3 sedili, e la piazza (Capopiazza) con 13 abitazioni tutte palazziate ed un comprensorio di case. Si sviluppava trasversalmente, da sud a nord (torrente Solofrana-vallone di S. Domenico), al servizio dell’attività principale della concia e della mercatura con 34 concerie (di cui 28 al Toppolo-Fiume, 5 alla Cupa ed una a "le roselle"), 50 botteghe (tutte a Capopiazza, molte erano corpi autonomi appoggiati alle abitazioni), delle quali 20 appartenenti al monastero di S. Agostino, 7 in piazza S. Giacomo e 3 al largo "le roselle" (via Felice De Stefano), un Fondaco, una Taverna e una stalla. Dallo spiazzo dinanzi S. Giacomo partiva verso occidente la strada "Lavinaio", che conduceva verso i "giardini di S. Agostino" e "i giardini del Palazzo" dove c’erano 5 botteghe di proprietà del feudatario. Al Toppolo apparteneva la chiesa del Soccorso di jus patronale di una importante famiglia del casale, i Garzilli.

Altro casale era S. Angelo e Strada vecchia (473 abitanti con 100 fuochi), che comprendeva due zone ben distinte. Col termine "Strada vecchia" (60 abitazioni di cui 20 grandi) si indicava l’odierna via della Fortuna fino alla Chiesa di S. Rocco dove c’era verso il fiume una conceria, poi 18 botteghe (4 di proprietà dell’Orsini) più una "casa della corte" e la via nuova (via Gregorio Ronca) con 13 botteghe e un sol "comprensorio" di case, una bottega "vicino al portone di S. Agostino", altre due in località "alla volta di S. Agostino" e infine una bottega con camera per scuola. Col termine "S. Angelo" (85 abitazioni, 10 case sottane ed una conceria) si indicava tutta la via chiamata piè’ S. Angelo (ora Regina Margherita) con il Convento e chiesa dell’Addolorata.

Il casale Volpi (358 abitanti e 63 fuochi, 80 abitazioni, 3 comprensori di case, 6 magazzini, 1 bottega lorda e 11 concerie) si sviluppava intorno all’asse viario che cominciando dalla chiesa dello Spirito Santo giungeva al confine con Montoro (via Michele Napoli-via Dodici Apostoli-via Consolazione), dove c’era la Chiesa della Madonna della Consolazione (sorta all’inizio del XVIII secolo su una precedente cappella a S. Biagio) e una taverna con fondaco. Il casale comprendeva una parte alta (Casate) e una parte bassa con vigneti e masserie con abitazioni.

Il casale Fratta (395 abitanti e 75 fuochi) andava da S. Angelo al confine con Montoro in un ampio territorio che comprendeva la zona abitata intorno alle chiese di S. Giuliano e Misericordia (100 abitazioni di cui 12 comprensori e diverse botteghe) e una zona a coltura con seminativi e masserie (tra Toro, S. Agata e Montoro).

Il casale Toro (284 abitanti in 49 fuochi, 70 abitazioni di cui alcune palazziate) si estendeva tra Caposolofra, S. Andrea, S. Agata e la Fratta, nei suoi territori aveva la collina del castello, le pendici del Pergola, mentre aveva subito un restringimento nella parte bassa a favore di Fratta. Aveva una parte alta intorno alla casa dei Maffei, con la chiesa di S. Maria del Carmelo di jus patronale di questa famiglia, e alla Carcarella.

Il casale di S. Agata di Solofra (ora S. Andrea) verso ovest giungeva fino al passo di Castelluccia e ad est fino alla località le vene, ma i confini tra i due casali non erano ben distinti poiché uno stesso territorio era detto appartenente indifferentemente all’uno e all’altro casale. Aveva abitazioni nella maggioranza di media grandezza (440 abitanti in 88 fuochi) con molte vigne e selve, non c’erano concerie mentre molti abitanti erano trasportatori ("viaticali").

S. Agata di Serino (567 abitanti in 100 fuochi) aveva 6 concerie e la famiglia più ricca di tutta la zona (6000 ducati impegnati nella mercatura) ed altre poche famiglie facoltose.

In tutto il tessuto urbano di Solofra abitavano 660 conciapelli in 127 fuochi, 348 battiloro e battargento in 70 fuochi, 579 mercanti in 85 fuochi, 912 bracciali in 188 fuochi, 594 artigiani vari in 113 fuochi, 202 individui impegnati in attività varie in 38 fuochi, 509 individui che svolgevano attività liberali e, come si diceva allora "viventi del proprio" in 77 fuochi. C’erano poi 104 vedove e vergini in 39 fuochi, 44 forestieri abitanti in loco in 11 fuochi, per un totale di 748 fuochi e 3952 individui.

Il quadro urbanistico, che emerge dal catasto onciario soprattutto con la Solofra delle case "palazziate", è espressione di un lento sviluppo e soprattutto del rinnovamento posto in essere dalle riforme di Carlo III che fecero di Solofra il paese "più ricco della provincia per l’estesissimo commercio".

 

 

Questa floridezza però subì un arresto in seguito alla Rivoluzione del 1799, dalla quale Solofra subì i maggiori contraccolpi di carattere economico con la perdita di "500.000 ducati di partite di arrendamenti e fiscali", "con molti beni assegnati ai Monteverginisti e alla mensa vescovile di Salerno", con la perdita di molte "fedi di credito nei Banchi napoletani" e soprattutto dell’arte del battiloro, divenendo "il paese più miserabile del Regno". Perfino le strade subirono un pauroso degrado e se prima della rivoluzione l’Universitas di Solofra nel progetto del rifacimento ed ampliamento della strada, che da Montoro, passando per Solofra e per Turci, portava ad Atripalda, aveva impegnato oltre la metà del contributo, inseguito agli infausti eventi di quella rivoluzione vide abbandonato il progetto che sarà ripreso solo molto più tardi. Si ebbero solo pochi interventi nel primo ottocento, invece bisogna arrivare al Regno d’Italia per vedere in loco una ristrutturazione viaria che arrecò anche dei danni. Siccome la strada, che da Montoro portava a Turci, era diventata provinciale, dovette subire un ampliamento che portò all’abbattimento della chiesa di S. Agostino, la cui ubicazione creava una strozzatura nell’antica platea. Nonostante la fiera opposizione di Giuseppe Maffei junior, rappresentante locale all’Amministrazione della Provincia di Avellino, non si riuscì a salvare quella che era una delle chiese più rappresentative della comunità anche perché accoglieva i monumenti funerari di molte famiglie del patriziato locale, le cui pietre sepolcrali furono trasferite in S. Domenico.

Nello stesso tempo si definirono i due viali di tigli: quello che dalla piazza giungeva dinanzi alla chiesa di S. Domenico e l’altro quello che dal palazzo Ducale Orsini giungeva in località Toro (via Giuseppe Maffei) e alla ferrovia che Solofra ebbe, sempre per interessamento del Maffei, dopo una lotta non indifferente perché, date le difficoltà del traforo del Pergola, se ne era abbandonata la costruzione per optare per un altro tracciato.

 

 

 

M. De Maio, Alle radici di Solofra, Avellino, 1997

 

Solofra nel Mezzogiorno angioino-aragonese, Solofra, 2000

 

Ubi dicitur

La storia della toponomastica solofrana

 

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